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Onicomicosi: sintomi, cause, rimedi, prevenzione

Onicomicosi: sintomi, cause, rimedi, prevenzione

Che cos’è l’onicomicosi e cosa la causa?

La micosi delle unghie, o “onicomicosi”, è tra le problematiche più comuni che colpiscono le unghie.

Una micosi è un’infezione causata da funghi, lieviti o muffe (chiamati anche “miceti”); può interessare una sola unghia o estendersi anche alle altre e, benché possa presentarsi anche nelle mani, è un problema che riguarda molto più di frequente i piedi, a causa della maggiore umidità.

Alcuni dei microrganismi spesso coinvolti sono Trichophyton, Candida, Aspergillus e Epidermophyton. Non avendo bisogno della luce del sole, vivono in ambienti caldi e umidi (come docce, piscine, saune) e possono infettare approfittando di abrasioni o piccoli tagli.

Quali sono i sintomi?

Il primo sintomo con cui solitamente si presenta l’onicomicosi è un cambiamento di colore delle unghie colpite, che tendono a diventare bianche o ingiallite. Inoltre, possono comparire macchie nere, marroni o verdi.

Se il problema non viene affrontato subito, la micosi si spinge più in profondità, causando altri sintomi:

  • ispessimento dell’unghia
  • margini sfaldati e frastagliati
  • cattivo odore
  • alterazioni dell’aspetto: unghie rigate o ondulate, più fragili e opache

Nei casi più gravi, si può arrivare anche all’onicolisi (l’unghia malata si solleva e si stacca dal letto ungueale); inoltre, è possibile che la pelle vicino all’unghia presenti sintomi di infezione, come arrossamento, prurito o gonfiore.

Tutto questo può avere conseguenze sulla capacità di stare in piedi e camminare in modo corretto, provocando fastidi e dolori.

Statisticamente, l’onicomicosi predilige gli adulti (il rischio aumenta con l’età).
Inoltre, sono più colpiti gli uomini rispetto alle donne.

Quali sono i fattori di rischio?

I fattori di rischio per l’onicomicosi sono molteplici:

  • l’età: invecchiando, si è più a rischio poiché la crescita delle unghie è più lenta e la circolazione del sangue è più ridotta;
  • frequentare piscine, saune o docce pubbliche a piedi nudi;
  • utilizzare calzini o calzature che non assorbono il sudore;
  • sudorazione eccessiva (iperidrosi);
  • altre patologie: diabete, disturbi cardiocircolatori o del sistema immunitario, piede d’atleta (tinea pedis), psoriasi, lichen planus (una malattia infiammatoria), traumi preesistenti.

Come riconoscerla?

Come abbiamo detto, se l’onicomicosi non viene affrontata subito, la situazione tende a degenerare fino alla manifestazione di sintomi gravi come il distacco dell’unghia.

Perciò, è importante consultare il medico già agli stadi iniziali. Sarà in grado di predisporre l’esame per identificare il fungo responsabile (coltura tramite raschiamento dell’unghia). Inoltre, effettuerà una diagnosi differenziale per escludere le malattie più spesso confuse con l’onicomicosi, come la psoriasi, la dermatite da contatto e altri disturbi.

Come si cura l’onicomicosi?

Esistono diverse possibilità per la cura dell’onicomicosi, che il medico sceglierà a seconda del caso:

  • Prodotti antimicotici a uso topico (sotto forma di smalto, pomata, unguento) che debellino il fungo; questo tipo di trattamento risulta molto lungo perché bisogna aspettare che l’unghia ricresca completamente e ci vogliono 9-12 mesi.
  • Farmaci antimicotici a uso orale: vengono somministrati soprattutto se il paziente prova dolore o è affetto da altre patologie, come il diabete; il medico può prescrivere anche l’utilizzo combinato di farmaci per via orale e ad azione topica.
  • Chirurgia: nei casi più gravi, l’unghie viene asportata e ne crescerà una nuova, sana, in circa un anno.
  • Trattamento laser: in tempi recenti, sono stati effettuati studi sulla distruzione del fungo grazie all’emissione di fasci di luce; le ricerche sono promettenti ma questo tipo di trattamento è ancora molto nuovo.
  • Tra i rimedi naturali, troviamo il Tea Tree Oil (olio essenziale dalle proprietà antibatteriche e antimicotiche) e il pediluvio con l’aceto bianco (una parte di aceto e due parti di acqua); è comunque raccomandabile parlarne prima con il medico.

Come si può fare prevenzione?

Ci sono diversi fattori che rendono l’onicomicosi particolarmente fastidiosa:

  • il livello di difficoltà del trattamento, specie per quanto riguarda gli antimicotici topici, che vanno applicati con cura e costanza in maniera corretta;
  • le tempistiche di cura: il trattamento è lungo e gli effetti non si apprezzano fino alla totale ricrescita dell’unghia, in 9-12 mesi;
  • le recidive sono comuni, specie se si continua ad assumere comportamenti a rischio.

Tutto ciò rende di fondamentale importanza la prevenzione, che si configura ancora una volta come la cura migliore, e comprende:

  • Curare l’igiene di piedi e mani, mantenendo le unghie corte, asciutte e pulite; limare eventuali zone ispessite e non tagliare la pelle intorno all’unghia. Asciugare sempre molto bene mani e piedi, specie tra le dita.
  • Indossare calzini, scarpe e guanti traspiranti, puliti e non indossati da altri; evitare materiali sintetici e cambiarli spesso.
  • Curare o tenere sotto controllo, per quanto possibile, eventuali altre patologie o condizioni che rappresentino fattori di rischio: piede d’atleta, diabete, psoriasi, ecc.
  • Fare attenzione a traumi ai piedi.
  • Non camminare a piedi nudi in luoghi pubblici; fare attenzione all’igiene, se si frequentano istituti di bellezza o estetisti (gli strumenti devono essere sterili).
  • Evitare unghie finte e ricoperture in gel; se si è a rischio o si teme una recidiva, anche il semplice smalto è da evitare.

A cura dello staff Fisiopodos
I nostri approfondimenti comprendono conoscenze, consigli, rimedi e suggerimenti di carattere generale. Non devono assolutamente sostituirsi al parere del medico curante o altri specialisti, a cui è sempre fondamentale rivolgersi prima di intraprendere qualunque percorso di cura.

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Artrosi: sintomi, cause e terapie

Artrosi: sintomi, cause e terapie

L’artrosi (osteoartrosi) è una patologia reumatica cronica di tipo degenerativo. Dato che colpisce le articolazioni, può essere talvolta confusa con l’artrite, ma quest’ultima è una condizione infiammatoria.

Che cos’è l’artrosi?

L’artrosi è caratterizzata da lesioni della cartilagine articolare; essa si consuma e il liquido sinoviale che bagna l’articolazione e nutre la cartilagine diminuisce. Ciò favorisce gli attriti tra le due ossa che formano i capi articolari. Questo non solo provoca gonfiore e dolore, ma causa ulteriori danni alle ossa stesse e ai legamenti.

L’artrosi può colpire una, più o tutte le articolazioni, insieme o separatamente.
Oltre alla mano, le zone più colpite risultano anca (coxartrosi), ginocchio (gonartrosi), caviglia e piede, specie nei casi in cui il sovrappeso è un fattore determinante.

Quando colpisce le articolazioni della colonna vertebrale, si fa distinzione in artrosi intersomatica e artrosi interapofisiaria, prendendo il nome dalla tipologia di articolazione colpita.

Tipi di artrosi e fattori di rischio

L’artrosi può essere distinta in due tipi:

  • primaria o idiopatica (di cui non si conosce la causa): causata da fattori genetici relativi alla cartilagine
  • secondaria, quando è possibile risalire a fattori di rischio, quali:
    1. traumi (principalmente di tipo sportivo)
    2. professioni che richiedono posizioni forzate o calzature antinfortunistiche
    3. altre malattie (come l’artrite reumatoide)
    4. sovrappeso o obesità, specie per le articolazioni di anca e ginocchio

Questa patologia, inoltre, colpisce milioni di persone nel mondo, insorge prevalentemente dopo i 50 anni ed è più comune nelle donne.

Sintomi

I sintomi principali dell’artrosi sono il dolore e la limitazione dei movimenti delle articolazioni colpite. Inizialmente, il dolore tende a comparire durante il movimento, migliora a riposo e sparisce durante la notte.

Se la situazione peggiore, possono insorgere rigidità (specie al mattino), gonfiore e deformità ossea. Il gonfiore solitamente è costituito da una tumefazione dovuta alla presenza di escrescenze ossee dette “osteofiti“. Possono essere presenti anche rumori simili a crepitii, chiamati “scrosci articolari“, prodotti dalla frizione dei capi articolari privi del loro rivestimento cartilagineo.

Diagnosi

La diagnosi si effettua tramite visita medica, coadiuvata da esami diagnostici. Il medico valuta il tipo di dolore, l’articolazione colpita, la limitazione funzionale, la presenza di osteofiti o scrosci articolari. Gli esami che possono risultare necessari sono radiografia e risonanza magnetica.

Terapia

L’artrosi è irreversibile, perché la cartilagine danneggiata non è in grado di rigenerarsi da sola. Gli ultimi anno hanno visto numerosi progressi nel trattamento della patologia, ma al momento non esiste una “cura dell’artrosi” che sia del tutto risolutiva.

Esistono, tuttavia, trattamenti farmacologici, chirurgici e posturali in grado di alleviare il dolore e migliorare la funzionalità articolare.

  • Farmaci antidolorifici e infiammatori, uniti al riposo e all’applicazione del ghiaccio, per alleviare il dolore degli episodi acuti;
  • infiltrazioni di acido ialuronico per rallentare il processo degenerativo;
  • recentemente, si considerano anche trattamenti più innovativi, come il trapianto di cellule staminali mesenchimali adulte: cellule “fotocopia” che, se vengono posizionate in un determinato tessuto, lo riproducono (solo se il tessuto non è troppo danneggiato);
  • quando possibile, si raccomanda la riduzione del peso corporeo;
  • l’attività fisica regolare, di tipo aerobico e che non vada a traumatizzare ulteriormente le articolazioni colpite (nuoto, bicicletta e aquagym sono le attività più consigliate);
  • fisioterapia specifica;
  • ausili come i plantari su misura, che possono aiutare a riequilibrare, scaricare e ridistribuire i pesi e le forze, previa valutazione baropodometrica ed esame obiettivo del piede, specie in presenza di sovrappeso.

Nei casi più gravi e invalidanti, si può ricorrere a interventi chirurgici, sostituendo parzialmente o totalmente l’articolazione colpita con una protesi (ginocchio e anca).

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Supinazione: significato, conseguenze, rimedi

Supinazione: significato, conseguenze, rimedi

Che cos’è la supinazione?

Durante la deambulazione, è possibile che la parte laterale del piede appoggi eccessivamente sul margine esterno: si tratta della cosiddetta “supinazione“. Come il suo opposto, la pronazione, anche una supinazione accentuata (ipersupinazione) può costituire una causa ascendente di problematiche per tutto lo scheletro.

Esempio di supinazione

Quali sono le conseguenze?

Oltre a dolori e fastidi del piede (come vesciche, calli e tutti gli altri disturbi che possono conseguire da un appoggio scorretto), un’eccessiva supinazione può creare:

  • instabilità tibio-tarsica (distorsione di caviglia)
  • fascite plantare
  • infiammazione del tendine d’Achille
  • effetti negativi su ginocchia, anche e rachide

L’aumento di peso, l’utilizzo di calzature più usurate sul lato esterno e lo sviluppo muscolare anomalo concorrono a peggiorare la situazione.

Come già detto parlando della pronazione, il piede cavo supinato è più diffuso ma si può riscontrare supinazione eccessiva anche in chi ha i piedi piatti.

La supinazione come causa ascendente

La supinazione è un esempio tipico di “causa ascendente” che può ripercuotersi in maniera infausta su tutto lo scheletro. Può influenzare negativamente il movimento biomeccanico corretto del corpo, usurando e consumando in modo anomalo le articolazioni.

Anche se siamo abituati a pensare in maniera “discendente”, cioè che le cause dei nostri mali siano prevalentemente di origine superiore, spesso così non è. Dato che i nostri piedi sono l’unica parte del corpo a contatto con la terra, ne traggono effetti positivi e negativi, a seconda dell’appoggio che hanno. Se è sbagliato, esso può influenzare negativamente ogni parte del corpo, soprattutto quando ci si ritrova a camminare di più o anche solo a stare più tempo in piedi.

Rimedi

Per porre rimedio a un eccesso di supinazione, il consiglio è rivolgersi al proprio medico, che vi indirizzerà verso uno specialista competente. Oltre a indicare la diagnosi, consiglierà l’indagine diagnostica più idonea e approfondita, a seconda dei casi.

Successivamente, consigliamo di eseguire di una valutazione podologica e posturale, con test kinesiologici e di forza, fondamentale per determinare l’impronta in movimento in 3D, per valutare il tono muscolare, la lassità legamentosa, eventuali rotazioni di bacino o eterometrie, algie primarie o secondarie.

Tutto ciò permette anche, qualora fosse necessario, di progettare e realizzare plantari su misura propriocettivi, posturali e biomeccanici. Essi avranno lo scopo di aiutare a riabilitare la corretta deambulazione e migliorare l’intera postura del corpo.

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Pronazione: significato, conseguenze, rimedi

Pronazione: significato, conseguenze, rimedi

Che cos’è la pronazione?

La pronazione è la rotazione fisiologica del piede verso l’interno durante la deambulazione. Ciò significa che è un movimento naturale, che fa parte di una camminata “normale” e consente di assorbire il peso del corpo durante l’appoggio. Costituisce l’opposto della supinazione.

La pronazione avviene tramite lo scivolamento verso l’interno dell’astragalo (altrimenti detto “talo”), un osso situato nel tarso, che si articola inferiormente con il calcagno e superiormente con tibia e perone.

esempio di pronazione

Quali sono le conseguenze?

Quando la pronazione è accentuata (iper-pronazione), essa diventa un problema e può costituire una “causa ascendente”, ossia l’origine di tutta una serie di problematiche e dolori a piedi, gambe e schiena, a partire dal cedimento strutturale dell’articolazione tibio-tarsica.

Infatti, lo scivolamento interno dell’astragalo non si limita solo al piede, ma provoca un atteggiamento di rotazione interna che tende a valgizzare il ginocchio, infiammando la bandelletta ileotibiale. Siccome abbiamo a che fare con una catena cinetica torsionale, si alterano i rapporti articolari coxo-femorali, con un consumo anomalo della cartilagine del tetto cotiloideo (parte del bacino che va a comporre l’acetabolo).
Condiziona, quindi, il bacino, abbassandolo anteriormente (antiversione) e, di conseguenza, aumenta la lordosi lombare e la cifosi dorsale, finendo con un’accentuazione della lordosi cervicale.

Inoltre, la pronazione eccessiva può portare a un cedimento dell’arco interno, causando un appiattimento della volta del piede. Per questo motivo, spesso si associa la pronazione al piede piatto, ma questo non accade sempre; infatti, possiamo trovare un piede cavo pronato o, al contrario, un piede piatto supinato.

Spesso, l’iperpronazione si nota grazie al consumo anomalo della parte interna della suola delle scarpe.

I diversi gradi di pronazione

Esistono diversi gradi di pronazione:

  • I grado: leggero
  • II grado: con scivolamento dello scafoide e cedimento del tibiale posteriore
  • III grado: con l’interessamento del mesopiede e l’innalzamento della volta laterale esterna

La tendenza a pronare peggiora con il passare degli anni, con l’aumentare del numero di ore che si passano in piedi, con l’aumento di peso e con l’utilizzo di calzature sbagliate.

Cause e rimedi

Le cause di una eccessiva pronazione possono essere genetiche, traumatiche, muscolari o neurologiche.

Tra i rimedi a questo tipo di appoggio scorretto, si consigliano calzature con forti laterali rigidi al retropiede e con un tacco di circa 1cm.

Inoltre, eseguire una valutazione podologica e posturale permette di stabilire il grado di pronazione e il tono muscolare. Allo stesso tempo, si acquisisce l’impronta del piede in 3D, per poter progettare un’eventuale ortesi plantare corretta. I plantari vanno realizzati in materiali di ultima generazione, con cunei supinatori e volte longitudinali adeguate a sostenere e distribuire il peso, aiutando a sviluppare il tono muscolare in modo corretto.

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Fascite plantare: sintomi, cause, rimedi

Fascite plantare: sintomi, cause e rimedi

Che cos’è la fascite plantare?

La fascite plantare è un processo infiammatorio a carico della fascia plantare (o aponeurosi plantare), che parte dal calcagno e arriva alla base delle dita. È costituita da un tessuto fibroso molto robusto e ha la funzione di restituire l’energia prodotta quando il piede colpisce il suolo: in pratica, ci “dà la spinta“.
La fascite può presentarsi nella zona del calcagno (prossimale), nel mesopiede o nei metatarsi (distale).

Chi ne viene colpito più frequentemente?

Innanzitutto, bisogna dire che la fascite plantare è relativamente frequente. Infatti, costituisce circa il 10% di tutte le patologie podaliche.

La sua frequenza aumenta in chi fa sport, specialmente corsa, basket, tennis, pallavolo, calcio e ogni altro sport che comporti spinte o salti che stressano in modo ripetuto la fascia plantare.
L’incidenza è più alta anche in chi ha piedi piatti o cavi, chi lavora in piedi, inginocchiato o su scale. Inoltre, specie l’utilizzo di scarpe antinfortunistiche ci espone a questo disturbo.

Quali sono le cause della fascite plantare?

Come nel caso di altre patologie, invece che di cause vere e proprie è più corretto parlare di “fattori predisponenti“. Essi sono:

  • Calzature logore o inadatte (troppo larghe o strette, con suola troppo sottile, troppo piatte o con tacco troppo alto);
  • Attività lavorative usuranti;
  • Allenamenti sportivi sbagliati, intensificati troppo velocemente o eseguiti su terreni non idonei;
  • Degenerazioni o modificazioni connesse a microtraumi ripetuti;
  • Ridotta estensibilità del tendine achilleo;
  • Aumento di peso o obesità;
  • Diabete;
  • Morfologia del piede (caratteristiche anatomiche come piede piatto o cavo);
  • Contratture o debolezze muscolari

Quali sono i sintomi?

La fascite plantare è spesso molto fastidiosa. Peggiora durante il riposo, manifestandosi appena ci si alza dal letto o da seduti, con un dolore acuto e intenso simile a una stilettata. A questo, si unisce un forte bruciore o calore che si può irradiare lungo tutta la pianta del piede, arrivando talvolta sino al polpaccio.

A volte, il dolore è così forte da impedire anche la semplice camminata o lo stare in piedi, soprattutto al mattino. Questo accade perché, di notte, i piedi assumono una posizione rilassata, con le piante rivolte verso il basso. In questo modo, il tendine achilleo si accorcia insieme al fascio plantare e, se è in atto un’infiammazione acuta, il dolore si riacutizza non appena il piede riprende la posizione in carico.

Altri momenti in cui si sente particolarmente male possono essere dopo lo sport (ad esempio dopo la corsa) o al termine di una giornata faticosa.

Come si effettua la diagnosi?

È fondamentale eseguire una valutazione podologica e posturale completa e obiettiva, che permetta di rilevare la morfologia dei piedi in 3D (tramite l’esame baropodometrico) in statica e dinamica, ossia da fermi e in movimento.

La palpazione permette, inoltre, di stabilire il grado di dolorabilità alla pressione, il gonfiore, lo stato edematoso e flogistico, la rigidità, la tensione e l’ispessimento del fascio plantare. I test posturali, infine, consentiranno di evidenziare deficit o posizioni antalgiche.

Eventualmente, possono essere prescritti esami strumentali quali radiografie, ecografie o risonanze magnetiche, volti principalmente a escludere altre patologie.

Come si cura la fascite plantare e quali rimedi si possono adottare?

  • Riposo: sospendere per qualche settimana allenamenti sportivi. Evitare di rimanere fermi in piedi troppo a lungo. A prescindere da quali altri rimedi o cure verranno adottati, il riposo è fondamentale.
  • Plantari su misura in materiali morbidi ad alta comprimibilità e memoria (memory, EVA, lattice). Realizzati con un progetto basato sull’esame baropodometrico, vanno alloggiati in calzature adatte, preferibilmente predisposte con solette estraibili.
  • Ghiaccio: utile durante la fase acuta e dolorsa. Applicare 3 o 4 volte al dì per 10 minuti. In alternativa, si può usare una lattina o bottiglietta ghiacciata e farla scorrere sotto la pianta del piede.
  • Esercizi: aiutano a distendere i tessuti che circondano il calcagno, aumentano il flusso sanguigno e potenziano muscoli e legamenti. Consigliabili esercizi di stretching (polpaccio, caviglia e dita) e di prensilità (posare e raccogliere piccoli oggetti con le dita dei piedi).
  • Farmaci: gli antinfiammatori sono utili per far diminuire l’infiammazione locale.
  • Calzature: comode, leggere, con suola in gomma.
  • Sedute fisioterapiche con ricorso a terapie fisiche: massaggi miofasciali, kinesio taping, Tecarterapia, lasterterapia, ultrasuoni, ionoforesi, crioterapia, infiltrazioni, onde d’urto.
  • Sedute osteopatiche volte a riequilibrare il movimento.
  • Ginnastica posturale
  • Rimedi naturali e fitoterapici: salice bianco, artiglio del diavolo, camomilla, boswellia serrata, impacchi di argilla ventilata, creme e gel a base di arnica.
  • Medicina alternativa: agopuntura, riflessologia plantare

Nei rari casi in cui risulta impossibile risolvere la sintomatologia, si può ricorrere a un intervento chirurgico. Tuttavia, bisogna ricordare che questo ha i suoi rischi, come ogni altra operazione, e in seguito sarà comunque necessario rivedere le proprie abitudini per evitare recidive.

È importante ricordare che una fascite plantare trascurata e non curata può aggravarsi fino a diventare cronica. Naturalmente, questo allungherà di molto i tempi di guarigione, una volta iniziato il trattamento.

Come si può fare prevenzione?

Si può aiutare a prevenire la fascite plantare concentrandosi sui fattori che ne predispongono l’insorgenza. Bisogna cercare di allenarsi e lavorare nel modo corretto, fare attenzione alla scelta di scarpe adatte e dedicare qualche minuto al giorno agli esercizi di stretching.

La valutazione podologica e posturale e l’utilizzo di plantari hanno anche azione preventiva, rilevando per tempo eventuali difetti morfologici e aumentando la funzionalità di tutto il piede, distribuendo i carichi in modo uniforme.

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cura dell'alluce valgo con chirurgia

Cura dell’alluce valgo: la chirurgia

In termini di cura dell’alluce valgo, ricorrere alla chirurgia è l’unica possibilità.

Il medico avrà bisogno di considerare diversi fattori prima di operarvi, tra cui la gravità del caso, l’età, lo stato di salute e il tipo di attività lavorativa e sportiva svolte.

Il rischio di complicanze e problemi, infatti, aumenta in presenza di altre patologie; inoltre, non sempre dopo l’operazione si riesce a tornare allo stato precedente alla comparsa dei sintomi ed è possibile una riduzione della mobilità delle dita. Ovviamente, bisogna tenerne conto in determinati contesti lavorativi e sportivi.

Bisogna anche ricordare che, pur essendo un intervento abbastanza frequente, eseguito in anestesia locale o spinale, rimane comunque un intervento chirurgico e, in quanto tale, non va preso alla leggera. Per questo, tende a essere sconsigliato per scopi puramente estetici o senza aver almeno tentato i rimedi di tipo conservativo.

Stabilita la necessità dell’intervento, è il medico a scegliere la tecnica con cui operare, basandosi sulla gravità del caso e sulla propria esperienza. Le procedure chirurgiche possibili sono diverse e non ne esiste una che vada bene per qualunque caso e qualunque paziente.

Chirurgia tradizionale

La chirurgia tradizionale si definisce anche “a cielo aperto” poiché, attraverso l’incisione praticata, per il medico è possibile vedere direttamente quello che viene fatto durante l’operazione.

Tecniche

All’interno della chirurgia tradizionale, esistono diverse tecniche per la correzione e cura dell’alluce valgo, solitamente conosciute con un nome proprio (ad esempio Chevron o Scarf).

Ciò che hanno in comune è che si pratica un’osteotomia, cioè il taglio dell’osso dell’alluce, e si riposiziona la prima testa metatarsale; poi, l’osso si fissa con dei mezzi di sintesi, per mantenere la posizione durante la guarigione.

Le differenze tra le varie tecniche riguardano:

  • la modalità dell’osteotomia
  • il tipo di mezzo di sintesi: viti, cambre, placche o fili metallici
  • quanto tempo lasciare nell’osso il mezzo di sintesi: alcuni restano in sede, altri saranno rimossi dopo circa un mese

Spesso, inoltre, si praticano correzioni in altre zone dell’avampiede (tendini, tessuti, correzione di metatarsalgia o disturbi alle dita provocati dall’alluce valgo).

Post-operatorio

Dopo l’operazione, il paziente assume analgesici; normalmente la dimissione, specie se l’intervento è stato effettuato in regime di convenzione, avviene il giorno dopo, con un bendaggio e delle scarpe post-operatorie speciali per garantire l’appoggio del piede esclusivamente sul tallone.

Dopo qualche giorno di riposo, si può cominciare a camminare, sempre utilizzando la calzatura ortopedica. Si potrà appoggiare del tutto il piede solo dopo il via libera del medico.

Si ritorna alla vita normale, lavorativa e sportiva, dopo circa 3 o 4 mesi (prima per quanto riguarda la guida dell’auto e la ripresa di un lavoro d’ufficio).

Nel frattempo, il piede sarà gonfio, andrà tenuto sollevato il più possibile e si dovranno usare scarpe comode. Inoltre, esistono degli esercizi che si possono fare a casa per aiutare la riabilitazione, ma è fondamentale eseguirli su istruzione dello specialista e non ricorrendo al “fai da te”.

cura dell'alluce valgo - foto del piede confrontata con radiografia, prima e dopo intervento
Foto e radiografia a confronto, prima e dopo l’intervento

Complicanze e conseguenze

Le complicanze sono piuttosto rare e dipendono dalla gravità del caso, dal tipo di intervento necessario e dalla salute del paziente. Comprendono:

  • Infezione
  • Trombosi venosa profonda
  • Dolore plantare
  • Danni ai nervi
  • Problemi con la guarigione ossea
  • Rigidità articolare

Spesso l’alluce è visibilmente più corto di prima, siccome durante l’operazione il medico taglia l’osso e ne rimuove una parte per poter effettuare la correzione.

Chirurgia mini-invasiva o percutanea

Questa tecnica è di invenzione relativamente recente (è nata negli Stati Uniti negli anni ’90) e ha differenze fondamentali rispetto alla chirurgia tradizionale.

In cosa consiste?

Dove la chirurgia tradizionale si definisce “a cielo aperto”, la chirurgia percutanea si serve di mini-incisioni nella pelle attraverso cui si introducono strumenti chirurgici di dimensioni ridotte, come le frese da dentista e i bisturi da microchirurgia.

Con questi strumenti, si leviga l’esostosi dell’alluce (l’escrescenza ossea caratteristica) e si pratica un’osteotomia, con la successiva correzione del metatarso.

Non vengono utilizzati mezzi di sintesi ma soltanto un bendaggio che andrà poi cambiato dal medico.

L’intervento dura circa 20 minuti, si effettua in anestesia locale ed è possibile tornare a deambulare subito dopo. La dimissione avvviene in giornata e il recupero è molto più veloce.

Pareri discordanti

Grazie alla rapidità dell’operazione e del recupero, questo tipo di chirurgia per la cura dell’alluce valgo è ovviamente preferito dai pazienti e anche da molti medici. Tuttavia, ci sono pareri discordanti sulla sua efficacia e sulla sua precisione.

Molti medici continuano a preferire la chirurgia tradizionale o ricorrono alla percutanea solo in determinati casi. Le obiezioni più frequenti sono:

  • la chirurgia percutanea non va bene per tutti i casi; molti medici la consigliano solo in casi di deformazione lieve e preferibilmente in soggetti giovani e in buona salute. La chirurgia tradizionale, invece, è più versatile e in grado di correggere deformità di varie gravità
  • l’intervento spesso è solo cosmetico e non davvero efficace, dato che la deformità dell’alluce è una patologia che coinvolge tutto l’avampiede e non solo la zona operata in percutanea
  • la correzione si effettua “a cielo chiuso”, ossia senza vedere direttamente cosa succede durante l’intervento: la conseguenza è una diminuzione della precisione d’intervento

Complicanze e conseguenze

L’intervento di chirurgia percutanea si pratica senza l’uso del laccio emostatico: questo fa diminuire molto la possibilità di sviluppare una trombosi venosa.

D’altra parte, l’intervento “a cielo chiuso”, anche se eseguito da mani esperte, può avere come conseguenza non solo l’accorciamento dell’alluce, ma anche una ipocorrezione (ossia una correzione insufficiente) o danni articolari.

Tecnica mista

Negli ultimi anni, si sta diffondendo l’utilizzo di una tecnica mista, volta a unire i pro della chirurgia tradizionale e della percutanea, cercando di eliminare i contro.

Questo tipo di tecnica prevede:

  • Mini-incisioni, come nella percutanea, per avere risultati migliori a livello estetico e velocizzare il recupero
  • Osteotomia effettuata con la stessa tecnica della chirurgia tradizionale, per garantire più precisione ed efficacia
  • Utilizzo di pochi mezzi di sintesi fissi o riassorbibili

Riuscita dell’operazione e recidiva

Se la decisione di operare è opportuna e l’intervento si esegue in modo corretto, la maggior parte dei pazienti (circa l’85%) è soddisfatta del risultato.

Oltre alle possibili conseguenze (l’accorciamento dell’alluce e la rigidità del dito), è comunque possibile che, col tempo, si perda la correzione e torni la deformità del dito.

Stando alle statistiche, la recidiva è molto più probabile nei casi di chirurgia percutanea. Bisogna tenere ben presente questo fattore quando si decide di sottoporsi all’operazione, poiché intervenire su un alluce valgo recidivo o correggere un intervento “sbagliato” è molto più difficile, a volte persino impossibile.

Senza alcun dubbio, un elemento molto importante nella prevenzione della recidiva e, quindi, nella completa cura dell’alluce valgo, è l’individuazione delle cause che hanno portato all’insorgenza della patologia. Qualora i piedi siano affetti da problemi di tipo morfologico o si tenda ad utilizzare calzature sbagliate, è necessario ricorrere a correzioni e accorgimenti per diminuire ulteriormente le possibilità di recidiva.

Una valutazione podologica e posturale, comprensiva di esame baropodometrico, è in grado di rilevare problemi morfologici e lo specialista potrà consigliare al meglio per quanto riguarda calzature adatte ed eventuali plantari su misura.

A cura dello staff Fisiopodos
I nostri approfondimenti comprendono conoscenze, consigli, rimedi e suggerimenti di carattere generale. Non devono assolutamente sostituirsi al parere del medico curante o altri specialisti, a cui è sempre fondamentale rivolgersi prima di intraprendere qualunque percorso di cura.

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Tallonite: sintomi, cause e rimedi

Tallonite: sintomi, cause e rimedi

Che cos’è la tallonite?

Quando si parla di tallonite, si intende una condizione dolorosa del tallonite; tuttavia, il termine è molto generico e sarebbe meglio usarne altri, come dolore calcaneare, tallodinia o talalgia.

Quali sono i sintomi?

Il sintomo principale è il dolore al tallone. La tallonite può interessare un piede, ma più spesso si presenta in forma bilaterale.

Di solito, il dolore insorge al mattino e si riacutizza poi durante la giornata, magari dopo la corsa o altra attività sportiva.

Bisogna tenere conto di questi dettagli come la zona esatta e i momenti della giornata in cui si sente dolore o bruciore, anche se possono sembrare trascurabili, perché sono molto utili a uno specialista per formulare la diagnosi.

Quali sono le cause?

Le cause possono essere diverse ed è fondamentale risalire a quella corretta per poter avere una diagnosi completa e seguire il giusto percorso terapeutico.

  • attività sportiva troppo intensa per la propria muscolatura o preparazione, svolta nel modo sbagliato o su terreni troppo rigidi o non adatti
  • sovrappeso o obesità
  • fascite plantare: un’infiammazione della fascia plantare causata da un sovraccarico, molto frequente nello sport
  • borsite: infiammazione delle borse sierose retrocalcaneari o sottocutanee, strutture con la funzione di rendere più fluidi e scorrevoli i movimenti, facendo da cuscinetto tra il calcagno e i tendini. La borsite può essere, a sua volta, causata da patologie come la spina calcaneare o da problematiche morfologiche come il piede cavo.
  • tendinopatia inserzionale: patologia dolorosa che colpisce il tendine d’Achille nel punto in cui si congiunge al calcagno
  • utilizzo di calzature inadatte (scarpe col tacco, calzature antinfortunistiche, scarpe sportive sbagliate)
  • fratture da stress: tipiche degli sportivi, poiché causate da continue sollecitazioni sull’osso
  • alterazioni posturali
  • malattie metaboliche (come la gotta) o reumatiche (artrosi, artride reumatoide, artrite psoriasica, spondilite anchilosante, condrocalcinosi, ecc.)

Come si esegue la diagnosi?

Per giungere a una diagnosi, è necessaria una visita specialistica; come già detto, è importante riferire allo specialista la zona esatta in cui si sente dolore e i momenti della giornata in cui esso si presenta e si intensifica.

Vanno segnalati anche eventuali traumi, patologie, scarpe utilizzate e abitudini sportive e motorie. Così, lo specialista potrà valutare a quali esami è il caso di sottoporsi: valutazioni podologiche e posturali, radiografie, ecografie o risonanze magnetiche.

I risultati di questi esami non solo potranno confermare la diagnosi, ma soprattutto la causa scatenante; quest’informazione serve per decidere cosa fare, ovvero per la formulazione di un corretto percorso terapeutico, in quanto la terapia sbagliata può avere effetti negativi.

Come si cura la tallonite e quali rimedi si possono adottare?

Spesso la tallonite guarisce da sola entro 10-15 giorni se, all’insorgere del dolore, si effettua uno stop immediato dell’attività motoria e si pratica il riposo.

Qualora questo non dovesse bastare, è necessario rivolgersi a uno specialista che potrà risalire alla causa della tallonite e consigliare, oltre al riposo (fondamentale, qualunque sia la causa), uno o più dei seguenti rimedi efficaci:

  • massaggi per alleviare il dolore, che stimolino la circolazione e riducano gonfiore e rigidità;
  • rimedi naturali: creme e gel a base di arnica, tintura di artiglio del diavolo, rimedi fitoterapici come l’estratto di salice bianco o pediluvi con sale di Epsom;
  • pediluvi alternati in acqua calda e acqua fredda per aiutare la gestione del dolore, perché il caldo stimola la circolazione e il freddo riduce l’infiammazione;
  • plantari su misura: dovranno essere realizzati in materiali morbidi e inseriti in scarpe e calzature adatte, preferibilmente predisposte (con soletta estraibile). I plantari “interi” sono preferibili alle semplici tallonette/talloniere, che a volte rischiano di aumentare la tensione dell’aponeurosi plantare. Le ortesi, invece, migliorano la funzionalità e prevengono sovraccarichi, non solo al tallone ma anche al resto del piede;
  • applicazioni di ghiaccio, che allevia il dolore e riduce eventuale gonfiore;
  • esercizi di stretching (allungare i muscoli della parte posteriore della gamba piegandosi in avanti e tenendo le mani appoggiate al muro o far rotolare avanti e indietro sotto l’arcata del piede una bottiglietta d’acqua congelata e avvolta in un tovagliolo);
  • sedute di riflessologia, digitopressione e agopuntura;
  • terapie fisiche: ultrasuoni, crioultrasuoni, onde d’urto, laserterapia, tecarterapia, ionoforesi, fibrolisi, litotrissia, mesoterapia, infiltrazioni;
  • medicinali antidolorifici e antinfiammatori, da assumere solo per gestire il dolore e uniti al riposo. L’uso di farmaci per diminuire il dolore in modo da continuare l’attività sportiva è del tutto sconsigliato e renderebbe l’infiammazione più grave o persino cronica;
  • assicurarsi di svolgere al meglio la propria attività sportiva, su terreni adatti, con le calzature corrette e senza rischiare sovraccarichi;
  • l’intervento chirurgico è da valutare solo nei rari casi dovuti a difetti anatomici impossibili da correggere o gestire in altro modo;

Le conseguenze di una tallonite trascurata possono essere molto gravi; oltre all’intensificarsi del dolore e alla possibile cronicizzazione della patologia, si corre il rischio di adottare dei paramorfismi compensativi, ossia postura e deambulazione errate nel tentativo di limitare il carico sulla zona dolente. Col tempo, questo può avere effetti negativi su tutto il sistema posturale (ad esempio bacino, colonna vertebrale o ginocchia).

Come si può fare prevenzione?

Metodi e accorgimenti per prevenire la tallonite sono di fatto gli stessi che vengono consigliati per la maggior parte delle patologie podaliche:

  • una valutazione podologica completa e obiettiva, con esame baropodometrico in statica e dinamica, evidenzia eventuali sovraccarichi o disturbi già presenti che potrebbero favorire l’insorgenza della tallonite. Inoltre, lo specialista può valutare le calzature utilizzate e, in caso non siano adatte, dare consigli su cosa acquistare;
  • l’uso di plantari ortopedici su misura è da considerarsi preventivo per l’importanza di distribuire i carichi in modo uniforme su tutto il piede;
  • assicurarsi che la propria attività sportiva sia svolta correttamente, con le calzature giuste, su terreni adatti e a un livello appropriato per la propria preparazione atletica. Quando si decide di intensificare il proprio allenamento, ricordarsi di farlo in modo graduale.

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Il piede diabetico: cause, sintomi, prevenzione

Il piede diabetico

Il piede diabetico è legato alle complicanze tardive del diabete, una malattia metabolica cronica. Ve ne sono diversi tipi, ma la caratteristica principale è l’aumento dei livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia).
La causa è un’alterazione della quantità o della funzionalità dell’insulina, un ormone prodotto dal pancreas.

Che cos’è il piede diabetico?

Il “piede diabetico” è l’insieme dei problemi e dei rischi, legati a piedi e gambe, a cui un diabetico deve far fronte.

Si manifesta di più in soggetti anziani, ma non sono da escludere anche casi in soggetti più giovani. Questo accade specie se la malattia non viene tenuta sotto controllo in modo corretto.

Quali sono le cause?

Tra le complicanze del diabete mellito, si trovano la neuropatia diabetica e l’arteriopatia, che concorrono a favorire il piede diabetico.

La neuropatia diabetica si manifesta con una ridotta sensibilità termica, tattile e dolorifica del piede e delle gambe. Pertanto, chi ne soffre può non accorgersi di traumi, scottature, lesioni o sfregamenti. Inoltre, la morfologia del piede viene alterata e si formano aree di sovraccarico.

I sintomi principali dell’arteriopatia, invece, sono cattiva circolazione del sangue, cicatrizzazione difficoltosa e rischio elevato di gangrena e necrosi.

Come si manifesta?

Nella pratica, uno scenario abbastanza comune è il seguente: la persona diabetica subisce un trauma al piede, di cui non si rende conto a causa della neuropatia.
L’arteriopatia impedisce la cicatrizzazione corretta e l’ulcera rischia facilmente di sviluppare infezione, necrosi o gangrena.
Questa situazione, se non viene trattata con urgenza, può portare a un intervento di amputazione del piede, interamente o in parte.
Secondo le statistiche, infatti, il piede diabetico è la prima causa non-traumatica di amputazione degli arti inferiori.

Come si cura?

Se sono già presenti lesioni, c’è urgente bisogno di un intervento medico. l’ulcera dev’essere valutata nel modo corretto da un’equipe di pronto soccorso prima della scelta di una terapia.

Si raccomanda di non medicarsi da soli! Esistono diverse tipologie di ulcere diabetiche e diverse sono anche le loro cure; un’errata medicazione farebbe seri danni.

Come si può fare prevenzione?

La prevenzione è la vera arma a nostra disposizione nel trattamento del piede diabetico. Resta fondamentale anche dopo eventuali cure ospedaliere, per evitare recidive. È necessario anche educare il paziente e/o chi lo assiste sul modo migliore per tenere sotto controllo la propria patologia.

Il primo passo, fondamentale, è rivolgersi a uno specialista: una valutazione podologica e posturale completa è in grado di rilevare eventuali problemi nella morfologia dei piedi, siano essi causati dal diabete o presenti già da prima.
Vengono anche evidenziate le zone di sovraccarico che potrebbero dar luogo a lesioni.

Valutazione podologica e posturale: esame comprensivo di esame baropodometrico in statica e dinamica con analisi del cammino

Sulla base dell’esame, si possono far realizzare dei plantari su misura adatti, in materiali di ultima generazione specifici per il diabete.
Secondo recenti studi, l’utilizzo dei plantari arriverebbe addirittura a dimezzare il rischio di future amputazioni.

Lo specialista, inoltre, può consigliare le calzature più adatte; devono essere fatte in materiali elastici e non avere cuciture, in modo da non comprimere il piede e non creare abrasioni.

6 consigli

Oltre ai plantari e alle calzature, questa lista fornisce altri utili accorgimenti:

  • Fare attenzione ai piedi: controllarli ogni giorno, anche la pianta e tra le dita, in cerca di lesioni, calli, abrasioni o variazioni di colore nella cute (zone rosse, blu o nere).
  • Non affidarsi al fai-da-te: se il controllo quotidiano rileva la presenza di qualche problema, rivolgersi al medico per la cura più adatta. Resta fondamentale anche la corretta gestione del diabete, con controlli periodici anche per quanto riguarda colesterolo e ipertensione. Molto importante è eliminare fattori di rischio come il fumo e l’eccesso di peso.
  • Tenere sotto controllo le unghie: è meglio limarle, invece che tagliarle. Se proprio bisogna usare le forbici, sceglierne un paio con la punta arrotondata ed esercitare molta cautela. Se si fa fatica da soli o si teme di tagliare troppo o non abbastanza, è bene rivolgersi a un podologo. Ricordate di fargli presente di avere il diabete.
  • Utilizzare sempre i calzini: cambiarli ogni giorno, facendo attenzione che siano sempre integri. Non devono avere cuciture troppo spesse, perché la continua pressione può causare problemi.
  • Non camminare mai a piedi nudi, neanche al mare o in piscina, dove si possono usare calzature di plastica. D’inverno, se si ha freddo, non usare borse d’acqua calda o simili, ma indossare soltanto calzini più pesanti. Non mettere i piedi vicino a fonti di calore: la ridotta sensibilità potrebbe portare a scottature.
  • Igiene: ogni giorno, procedere a un lavaggio dei piedi con sapone neutro, controllando prima con la mano che l’acqua non sia troppo calda. Asciugare bene, anche tra le dita. Idratare e proteggere la pelle con creme a base di lanolina o vaselina. Evitare borotalchi o altri prodotti, per non far proliferare i batteri.

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Borsite del calcagno (retrocalcaneare): sintomi, cause, rimedi e prevenzione

Borsite del calcagno: sintomi, cause, rimedi e prevenzione

Che cos’è la borsite?

La borsite è un’infiammazione di una borsa sierosa, cioè un piccolo sacco di liquido sinoviale, situato tra i tendini e i muscoli; le borse agiscono da lubrificante e aiutano lo scorrimento sull’osso. Nel nostro corpo ci sono moltissime borse, ma quelle che vengono colpite più spesso dall’infiammazione si trovano nel ginocchio, nel gomito e nel calcagno (argomento di questo approfondimento).

Nel calcagno, la borsa sinoviale serve a impedire l’attrito tra il tendine di Achille e l’osso. Quando questa si infiamma, parliamo di borsite del calcagno o del tallone, oppure retrocalcaneare.

Quali sono i sintomi?

Il sintomo principale è il dolore, insieme a rossore e gonfiore della zona interessata. A diversi gradi di infiammazione corrisponde diversa intensità del dolore, ma sicuramente questo peggiora durante la camminata, quando si effettuano movimenti della caviglia o alla palpazione.

Quali sono le cause?

La borsite può essere causata da diversi fattori:

  • patologie concomitanti come quelle reumatiche, la spina calcaneare, il piede cavo o il morbo di Haglund;
  • l’utilizzo di calzature o plantari non adatti o troppo usurati
  • allenamenti sportivi troppo intensi o eseguiti in maniera sbagliata, che sottopongono piede e caviglia a traumi ripetuti. Chi pratica sport in cui si corre molto, specialmente su terreni duri, può essere più soggetto a questa patologia;
  • altre problematiche podologiche o posturali come supinazioni o pronazioni, posteriorizzazione del peso corporeo, disgregazione del tessuto adiposo del tallone che si abbassa e non riesce più ad ammortizzare adeguatamente (questa condizione rimane spesso trascurata ed è riconoscibile dalla formazione di “pallini bianchi” intorno al tallone).

Come si effettua la diagnosi?

La diagnosi non è sempre semplice, in quanto la borsite viene spesso confusa con altre patologie del tendine di Achille, come tendinosi o tendiniti. Oltre all’esame obiettivo del paziente, si ricorre a ecografie e radiografie.

Come si cura la borsite e quali rimedi si possono adottare?

Indipendentemente dalla causa, per guarire sarà necessario un periodo di riposo di 15 o 20 giorni. È possibile assumere antinfiammatori e utilizzare pomate o impacchi di ghiaccio per diminuire il dolore e il gonfiore. In questo periodo, è inoltre consigliabile utilizzare calzature ortopediche aperte posteriormente, che non infiammino ulteriormente il calcagno.

Si può fare ricorso anche a terapie come infiltrazioni, mesoterapia, crioterapia, tecarterapia e laserterapia, o all’aspirazione del liquido sinoviale. Raramente, si deve ricorrere alla chirurgia per asportare la borsa.

Risulta utile, ogni volta che ci si alza dal letto o dopo essere stati a lungo seduti, frizionare la guaina lungo la parte esterna per circa 10 secondi, in modo da irrorare la zona di sangue, apportarvi ossigeno e non subire traumi.

Bisognerà poi intervenire sulla causa scatenante per evitare recidive:

  • Se la causa della borsite è una o più patologie podaliche relative alla morfologia dei piedi e al loro appoggio (spina calcaneare, piede cavo, morbo di Haglund, supinazioni e pronazioni, mancanza di tessuto adiposo) è fondamentale ricorrere a una valutazione podologica e posturale completa e alla realizzazione di ortesi plantari su misura per correggere la distribuzione del peso e eventuali sovraccarichi o sfregamenti eccessivi. I plantari dovranno essere realizzati in materiali tipo memory ad alta velocità per garantire la corretta ammortizzazione.
  • È importante assicurarsi di utilizzare calzature adatte e non lasciare che si usurino troppo prima di cambiarle.
  • Quando si pratica sport, è importante fare un riscaldamento adeguato, svolgere gli allenamenti in modo corretto e non troppo intenso o improvviso rispetto alla propria preparazione. Se non è possibile ridurre l’intensità delle attività o cambiare il terreno di gioco, è il caso di prendere in considerazione calzature non solo di ottima fattura ma apposite per il proprio sport, nonché il grande aiuto che possono fornire i plantari su misura.

Come si può fare prevenzione?

Gli stessi accorgimenti consigliati per evitare le recidive possono essere messi in pratica come buona prevenzione, specialmente da chi pratica attività a rischio, per lavoro sta molto tempo in piedi o è costretto a ripetere spesso gli stessi movimenti.

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piede piatto: sintomi, cause, rimedi

Piede piatto: sintomi, cause e rimedi

Che cos’è e come si presenta

Il piede piatto è una condizione morfologica abbastanza diffusa ed è, praticamente, l’opposto del piede cavo.Esempio di piede piatto

Nei piedi piatti, la curvatura fisiologica dell’arco plantare è molto ridotta o totalmente assente; questo significa che la pianta del piede tocca completamente il suolo e si ha un eccessivo aumento della superficie d’appoggio.

Molto spesso, anche se non in tutti i casi, questa situazione si accompagna a una pronazione del retropiede (anche detta “valgismo”): un piede pronato o valgo ha il tallone che tende a cadere internamente, in un tentativo di compensare il cedimento della volta plantare.

Il piede piatto nel bambino e nell’adulto

È importante spiegare che il piede piatto nel bambino fino a 4 anni circa è perfettamente normale.

Tutti nasciamo con i piedi piatti e, in uno sviluppo normale, il nostro corpo apporta gradualmente modifiche e correzioni posturali fino a quando, intorno ai 7 anni, il piede avrà assunto la sua classica forma con l’arcata plantare curva.

Bisogna, dunque, fare una fondamentale distinzione quando si parla del piede piatto:

  • nel bambino sotto i 4 anni è una condizione del tutto normale
  • se, intorno ai 5/6 anni, una visita specialistica rileva uno sviluppo lento, conviene utilizzare dei plantari correttivi per riportare la situazione alla normalità e prevenire le conseguenze di questo piattismo infantile
  • il piede si è sviluppato correttamente durante l’infanzia ma, in età adulta, avviene un cedimento dell’arcata plantare dovuto a cause acquisite

Cause

Come già detto, questo disturbo può essere congenito (il piede non si sviluppa mai nel modo giusto durante l’infanzia) o acquisito in età adulta.

Le cause di questo non sono sempre chiare, ma è possibile elencarne diverse:

Inoltre, alcuni fattori che possono aggravare la patologia o accelerarne l’insorgenza sono:

  • sovrappeso e obesità
  • invecchiamento (usura di tendini e articolazioni)
  • gravidanza (per il brusco aumento di peso)
  • attività sportiva pesante, specie la corsa, non eseguita nel modo corretto
  • postura scorretta
  • calzature sbagliate (troppo strette, con tacchi alti o che non ammortizzino adeguatamente)

Sintomi e conseguenze

Il piede piatto non è sempre patologico: la maggior parte delle persone affette non ha sintomi fastidiosi e tende, perciò, a non intervenire. Tuttavia, è importante notare che anche chi presenta piedi piatti asintomatici ha più probabilità di sviluppare altre patologie e disturbi, come l’alluce valgo o l’artrosi della caviglia; per questo, se possibile noi consigliamo di intervenire per tempo, specialmente nei bambini.

In presenza di piede piatto sintomatico, invece, ci si può trovare di fronte a:

  • dolore ai piedi (soprattutto talloniti e fasciti plantari)
  • dolore o gonfiore alle caviglie
  • problematiche e dolori diffusi (polpacci, ginocchia, bacino o persino mal di schiena) dovuti alle alterazioni posturali causate da un appoggio plantare scorretto
  • equilibrio lievemente alterato, in particolare quando il piede piatto si presenta in forma unilaterale anziché bilaterale
  • maggiore probabilità di infortuni sportivi
  • presenza dell’os tibiale (più noto come “scafoide accessorio“): un osso o porzione cartilaginea “in più”, che si trova nella parte interna dell’arcata plantare. Lo scafoide accessorio è presente dalla nascita in una piccola percentuale di individui e sembra correlato ai piedi piatti; può dare sintomi come rossore, gonfiore o dolore per l’attrito con il tendine tibiale posteriore
  • la già citata iperpronazione del retropiede
  • tendiniti e altre problematiche tendinee, specie a quello di Achille o al tibiale posteriore
  • crampi, spesso durante la notte

Classificazione

Innanzitutto, bisogna distinguere tra piede piatto flessibile (circa il 95% dei casi) e piede piatto rigido (molto più raro e solitamente doloroso); il secondo non è correggibile manualmente.

Inoltre, si può classificare il piede piatto in tre gradi, in base alla superficie del piede che appoggia al suolo:

  1. piede piatto di I grado: l’ampiezza dell’istmo tra il tallone anteriore e quello posteriore è maggiore di 1/3 rispetto a quella del tallone anteriore (fig. 1)
  2. piede piatto di II grado: l’intera superficie del piede è in appoggio (fig. 2)
  3. piede piatto di III grado: oltre alla totale superficie del piede, si nota in appoggio anche una parte “in più” appartenente alla zona mediale (fig. 3); più il piede appoggia sul lato interno, più la situazione risulta grave.

Esame baropodometrico di piede piatto di primo grado, secondo grado e terzo grado

Come riconoscerli?

La diagnosi di piede piatto viene effettuata dallo specialista tramite una valutazione podologica e posturale in cui venga eseguito anche l’esame baropodometrico che rilevi la superficie d’appoggio; un esame obiettivo del piede e di come il paziente cammina a piedi nudi sono, solitamente, sufficienti a confermare la diagnosi.

In casi più gravi, di difficile diagnosi o per valutare un intervento chirurgico, si può ricorrere a esami come la radiografia sotto carico, l’ecografia (in caso di sospette lesioni tendinee), la TAC o la risonanza magnetica.

Cura

Terapie conservative

In base alla presenza o meno dei sintomi, alla loro gravità e al grado di piattismo, si può ricorrere a una serie di rimedi e terapie conservative (cioè che non comportano operazioni chirurgiche):

  • utilizzare plantari ortopedici su misura; ricordiamo che le solette generiche non sono realizzate appositamente per i piedi del soggetto e sono, quindi, meno efficaci
  • calzare scarpe adatte, un po’ più alte dietro, non piatte, che scarichino e ammortizzino. Le cosiddette “scarpe antipronazione” non sempre vanno bene: non tengono conto dei diversi gradi di piattismo e rischiano, perciò, di irrigidire troppo l’appoggio del retropiede, oltre a non considerare le possibili differenze tra un piede e l’altro
  • fisioterapia: esercizi correttivi per apprendere la corretta postura durante la camminata e la corsa (utile in particolar modo agli sportivi)
  • camminare a piedi nudi: come sempre, ricordiamo che è opportuno farlo solo su terreni naturali come erba e sabbia, evitando le pavimentazioni artificiali
  • esercizi di stretching
  • antidolorifici
  • riduzione del peso: non si crede più che il sovrappeso o l’obesità siano cause dirette del piattismo, ma sicuramente possono aggravare la patologia
  • terapie fisiche come la tecarterapia o gli ultrasuoni per controllare il dolore
  • evitare determinati sport e attività che possono far insorgere il dolore (correre, sport come la danza o il basket); ciclismo o nuoto sono gli sport consigliati. Si può camminare, anche a passo veloce o a lungo, a patto che si indossino già dei plantari ortopedici adatti

Intervento chirurgico

In alcuni casi, a seconda della gravità del piede piatto o di fronte a sintomi insostenibili, si può ricorrere alla chirurgia.

Per gli adulti, esistono diverse tipologie di intervento chirurgico, che il medico sceglierà a seconda del caso: le osteotomie comportano la rimozione di parti di ossa, le artrodesi prevedono la fusione di articolazioni.

Nei bambini fino ai 13-14 anni, invece, qualora le terapie conservative non ottenessero il risultato sperato, la giovane età e le ossa ancora in crescita permettono la correzione del piede piatto con la chirurgia mini-invasiva, in maniera più semplice rispetto agli adulti.

Le due tecniche principali si chiamano “calcaneo-stop” e “endortesi“. La prima consiste nell’inserimento di una vite nel calcagno; la seconda prevede, invece, una piccola incisione attraverso cui si inserisce una piccola protesi in una cavità naturale già presente all’interno del piede.

È comunque consigliabile adottare un plantare su misura anche per i bambini che verranno sottoposti all’intervento; permetterà di non aggravare la situazione e di non dover rinunciare ad attività di svago e sport mentre si attende l’operazione, equilibrando la postura e proteggendo la funzionalità di muscoli e tendini.

Riabilitazione

I plantari sono utili anche in post-operatorio, per adulti e bambini, naturalmente a patto che vengano preceduti da una valutazione seria, siano realizzati con i materiali giusti, abbiano le opportune correzioni e vengano alloggiati nelle scarpe adatte.

Durante la riabilitazione, è possibile fare esercizio camminando, anche a passo veloce; ovviamente la velocità e la distanza dovranno essere incrementate in modo graduale.

La corsa, invece, resta sconsigliata a causa del notevole sovraccarico che si pone sui piedi.

Prevenzione

Per cercare di prevenire i piedi piatti, si possono seguire le solite indicazioni, che sono i principi fondamentali per prendersi cura della salute dei propri piedi e della propria postura:

  • sottoporsi a una valutazione podologica e posturale per rilevare eventuali anomalie e, soprattutto, sottoporvi anche i bambini intorno ai 5 anni per verificare che lo sviluppo stia procedendo senza intoppi
  • correggere eventuali problemi con plantari su misura e adottando una postura corretta
  • fare attenzione al tipo di calzature utilizzato: anche in questo caso, particolare cura va usata nella scelta delle scarpe dei bambini, perché possono incidere molto sui piedi in crescita (si consigliano calzature con forti laterali rigidi)
  • tenere sotto controllo il peso 
  • effettuare esercizi di allungamento muscolare per piedi e gambe
  • assicurarsi di praticare sport nel modo corretto per prevenire danni ai tendini e traumi eccessivi ai piedi

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Alluce valgo senza intervento: come gestire la patologia

Alluce valgo senza intervento: come gestirlo?

È possibile curare l’alluce valgo senza intervento?
Bisogna innanzitutto chiarire una cosa importantissima: la cura, intesa come correzione più o meno completa della patologia, non è possibile senza intervento.

È possibile, invece, gestire la patologia con soluzioni non chirurgiche valide. È consigliabile ricorrervi in casi di lieve entità o all’insorgenza dei sintomi: per questo la prevenzione è di fondamentale importanza.

Soluzioni non chirurgiche

Agli stadi iniziali della patologia, si può ricorrere a terapie conservative, utili a fermare o almeno a rallentare notevolmente la progressione della patologia e a gestire i sintomi dell’alluce valgo senza intervento (principalmente il dolore):

  • impacchi di ghiaccio applicati più volte al giorno per alleviare il dolore e l’infiammazione
  • plantari su misura, indossati con costanza (realizzati in base alle proprie esigenze specifiche dopo essersi sottoposti a una valutazione podologica e posturale)
  • terapia farmacologica con antinfiammatori e antidolorifici per via orale
  • riposo
  • infiltrazioni di cortisone o acido ialuronico
  • esercizi di ginnastica mirata consigliati dal fisioterapista
  • fisioterapia e terapie fisiche quali onde d’urto, ultrasuoni o laserterapia
  • utilizzo di tutori: divaricatori in silicone (sia diurni che notturni) per tenere l’alluce separato dalle altre dita, guaine elastiche con cuscinetti in silicone per proteggere esostosi e borsite, tutori articolati dinamici
  • utilizzo di calzature adeguate consigliate da uno specialista (specialmente per alloggiarvi i plantari), che riprendano la forma del piede, forniscano il giusto sostegno e permettano il comodo alloggiamento delle dita

Quando le terapie conservative non ottengono risultati apprezzabili o quando la patologia è già a uno stadio avanzato, è necessario ricorrere alla chirurgia, anche perché un alluce valgo non trattato può portare a conseguenze gravi e dolorose, come l’artrosi.

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piede cavo: sintomi, cause, rimedi

Piede cavo: sintomi, cause e rimedi

Che cos’è il piede cavo e come si presenta

Il piede cavo è uno dei più diffusi problemi morfologici ai piedi ed è il contrario del piede piatto.
Come spesso accade con questo tipo di problematiche, sono le donne a esserne più colpite, a causa dell’abitudine di utilizzare scarpe col tacco.

Si tratta di una malformazione che determina un’accentuazione della volta plantare, che risulta eccessivamente curva. Perciò, la zona mediale del piede tende a staccarsi (più o meno, a seconda della gravità del cavismo) dal suolo, diminuendo anche drasticamente la superficie di appoggio e impedendo la distribuzione corretta del peso.
Questa situazione predispone al sovraccarico del tallone e delle teste metatarsali.

Il piede cavo può essere bilaterale o unilaterale, cioè è possibile avere un piede cavo e l’altro no.Esempio di piede cavo

Spesso, anche se non sempre, il piede cavo è anche supinato, ossia è presente una torsione eccessiva del piede verso l’interno durante la fase intermedia della deambulazione; in parole povere, questo si traduce nella tendenza a camminare appoggiando la maggior parte del peso sulla parte esterna del piede e, come conseguenza, vediamo che le nostre scarpe sono più consumate sul bordo esterno.

Vi è indubbiamente una forte predisposizione alla supinazione nei piedi cavi, specialmente nei casi più marcati, ma non è così raro trovarsi di fronte a un piede cavo pronato, in particolare nei bambini.

Cause

Le cause del piede cavo sono varie e dipendono dalla sua tipologia:

  • congenito: la presenza di una predisposizione genetica che accomuna altri membri della famiglia significa che il disturbo è presente già dalla nascita
  • idiopatico: in una percentuale ridotta di casi, non è possibile risalire al fattore scatenante
  • adattivo: il disturbo non è presente già dalla nascita ma viene acquisito col tempo, favorito da uno o più fattori predisponenti

Alcuni di questi fattori possono essere:

Classificazione

Il piede cavo si può differenziare in base all’entità della deformazione e alla conseguente perdita di appoggio plantare:

  • piede cavo di I grado: la deformazione è relativamente lieve e dalla baropodometria statica si può rilevare la presenza di un istmo che congiunge l’avampiede al retropiede (fig. 1). Questo garantisce un appoggio, per quanto ridotto, della zona mediale del piede.
  • piede cavo di II grado: non è più presente l’istmo di congiunzione tra le due zone del piede, ma soltanto un accenno (fig. 2); gran parte della zona mediale è priva di appoggio
  • piede cavo di III grado: il cavismo è molto deciso (“ipercavismo“), l’appoggio della zona mediale è nullo e l’esame baropodometrico mostra in appoggio soltanto tallone e metatarsi (fig. 3).

Esame baropodometrico di piede cavo di primo grado, secondo grado e terzo grado

Sintomi

A volte, i piedi cavi sono asintomatici, cioè non sono presenti sintomi, specie nei casi lievi; di norma, quando si ha a che fare con cavismi più decisi, ci sono diversi sintomi e la loro intensità tende ad aumentare.

In caso di piede cavo sintomatico, ci si può trovare di fronte a:

  • male ai piedi o fastidio
  • calli, spesso nella parte esterna del piede, sul tallone o in corrispondenza del quinto metatarso
  • difficoltà a camminare o stare in piedi a lungo
  • problemi alle caviglie: dolore e instabilità, con possibilità di cedimenti e distorsioni
  • conseguenze a cui il piede cavo predispone: dita a martello, retropiede varo, dita sollevate in griffe, abbassamento delle teste metatarsali, lassità legamentosa, fascite plantare, metatarsalgia, tendinite e mal di schiena
  • fastidi o dolore alle dita che, se sollevate in griffe, urtano costantemente contro le scarpe

È importante aggiungere che il cavismo e il sollevamento in griffe delle dita possono avere come conseguenza anche l’insufficienza venosa e linfatica. Gli effetti sono pesantezza, gonfiore, ritenzione idrica, crampi e fragilità capillare, con eventuale formazione di petecchie (chiazze di puntini rossi dovute all’emorragia che avviene quando si rompono i capillari).

Diagnosi

Solitamente, per giungere a una diagnosi di piede cavo, è sufficiente sottoporsi a una valutazione podologica e posturale comprensiva di esame baropodometrico, esame obiettivo del piede e anamnesi.

Nei casi molto gravi o se lo specialista sospetta un problema neurologico, risultano utili esami strumentali come radiografia sotto carico, risonanza magnetica o elettromiografia.

Trattamento

La cura del piede cavo varia a seconda delle cause scatenanti, della presenza e gravità dei sintomi e del grado di cavismo.

Rimedi e soluzioni che possono essere inseriti dallo specialista nel percorso terapeutico personalizzato sono:

  • plantari ortopedici su misura e utilizzo di scarpe adatte
  • esercizi specifici di allungamento (stretching)
  • antidolorifici per tenere temporaneamente a bada la sintomatologia
  • manipolazione fisioterapica

Nei casi molto gravi, dolorosi o impossibili da risolvere con i metodi conservativi sopraelencati, è possibile ricorrere all’intervento chirurgico.

Caso per caso, il medico deciderà se intervenire soltanto sui tessuti molli (per detendere la fascia plantare) o se effettuare un’osteotomia (asportazione di parte dell’osso) o un’artrodesi (fusione di ossa per stabilizzare un’articolazione).

Prevenzione

Come nella maggior parte dei disturbi di piedi e postura, è possibile intervenire per tempo per prevenire il piede cavo, tranne che nei casi congeniti.

Innanzitutto, è fondamentale una valutazione podologica e posturale che rilevi eventuali predisposizioni al cavismo o ad altre patologie.

È poi consigliabile l’utilizzo di plantari su misura, che non hanno solo funzione correttiva ma anche di prevenzione. Ricordiamo che l’uso di solette generiche, non progettate su misura sulla base del calco del piede del soggetto, non ha assolutamente lo stesso livello di efficacia.

Naturalmente, bisogna sempre fare attenzione alle calzature che utilizziamo; devono essere scarpe comode, neutre, preferibilmente con suola in gomma e di tipo sportivo (anche scarpe da running), eliminando o diminuendo il più possibile l’uso di tacchi alti e scarpe strette o troppo piatte.

Infine, può essere di aiuto effettuare esercizi di stretching della fascia plantare e camminare a piedi nudi, ma soltanto su superfici naturali come erba o sabbia; farlo su superfici artificiali e piatte non farebbe che aggravare la situazione.

A cura dello staff Fisiopodos
I nostri approfondimenti comprendono conoscenze, consigli, rimedi e suggerimenti di carattere generale. Non devono assolutamente sostituirsi al parere del medico curante o altri specialisti, a cui è sempre fondamentale rivolgersi prima di intraprendere qualunque percorso di cura.

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Metatarsalgia: sintomi, cause e rimedi

Metatarsalgia: sintomi, cause e rimedi

Che cos’è la metatarsalgia?

La metatarsalgia è una forte infiammazione delle teste metatarsali causata dal cedimento dell’arco trasverso (arco metatarsale).
Di solito, questo disturbo interessa la II e III testa metatarsale, causa l’allargamento della pianta del piede e favorisce l’insorgenza di alluce valgo e dita a griffe.

Quali sono le cause?

I fattori predisponenti possono essere:

  • Meccanici: peso eccessivo, calzature sbagliate (specialmente quelle antinfortunistiche), attività lavorative a rischio, attività sportive molto intense
  • Morfologici e quindi ereditari: forma e pianta dei piedi, lassità del legamento, tono muscolare, piede molto cavo
  • Infine, ci sono metatarsalgie causate da malattie come Artrite, Lupus e Artrosi

La metatarsalgia, se trascurata, può degenerare nel Neuroma di Morton, può causare il sovraccarico delle articolazioni e modificare la postura.

Quali sono i sintomi?

Il sintomo principale della metatarsalgia è il dolore in corrispondenza della zona metatarsale, ossia le 5 ossa nella parte anteriore del piede. Spesso, vi sono presenti anche ipercheratosi (calli), inizialmente asintomatiche, che col tempo diventano dolorose.

Come si effettua la diagnosi?

Per diagnosticare la metatarsalgia, è necessario rivolgersi a uno specialista; solitamente è sufficiente l’esame obiettivo del paziente e della sua storia clinica.
Possono essere prescritti esami strumentali per confermare la diagnosi: radiografia, ecografia e, in casi particolarmente complicati o in presenza di Neuroma di Morton, risonanza magnetica.

Come si cura la metatarsalgia e quali rimedi si possono adottare?

  • Il riposo e l’applicazione di ghiaccio riducono il dolore nell’immediato
  • Se il dolore è davvero insostenibile si possono assumere farmaci antidolorifici o antinfiammatori
  • L’utilizzo di plantari su misura è importantissimo: devono essere realizzati con barra retro-capitata e in materiale ad alta comprimibilità e memoria, che svolgano funzione di scarico della zona metatarsale.
    I plantari dovranno essere portati in scarpe adatte, preferibilmente predisposte, consigliate dallo specialista, con pianta larga e punta arrotondata.
  • Possono risultare utili terapie fisiche come tecar, laser e ozonoterapia
  • Nell’ambito dei rimedi naturali, segnaliamo gli impacchi di argilla ventilata, per ridurre l’infiammazione, e gel, creme o olii a base di arnica

In rari casi, molto gravi e che non rispondono a trattamenti conservativi, si può valutare l’intervento chirurgico.

Come si può fare prevenzione?

Per prevenire la metatarsalgia è fondamentale sottoporsi a una valutazione podologica comprensiva di baropodometria statica e dinamica, per rilevare eventuali fattori morfologici che predispongono all’insorgenza del disturbo.

L’utilizzo di plantari ortopedici realizzati su misura ha azione preventiva, in quanto essi distribuiscono equamente i carichi in tutto il piede, evitando il sovraccarico della zona metatarsale.

È sempre importante fare attenzione al tipo di calzature indossate, evitando quelle troppo strette, specialmente in punta.

Qualche minuto al giorno dedicato ad alcuni esercizi di stretching, rinforzo e prensilità aiuta a irrobustire ed elasticizzare muscoli e legamenti:

  • alzarsi ripetutamente in punta di piedi mantenendo la posizione per qualche secondo
  • eseguire esercizi di prensilità cercando di prendere, spostare e rilasciare con le dita dei piedi piccoli oggetti come palline, tovaglioli, ecc.
  • massaggiare il piede facendo rotolare avanti e indietro una pallina o una bottiglietta d’acqua sotto la pianta

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Cause, prevenzione e cura della tendinite

Cause, prevenzione e cura della tendinite

Abbiamo già parlato di questo disturbo, elencando i sintomi che permettono di riconoscerlo e giungere a una diagnosi; ma quali sono le cause di infiammazione e qual è la cura della tendinite?

CAUSE

  • ripetizione eccessiva di determinati movimenti
  • traumi improvvisi
  • vizi posturali o podalici
  • sport praticato in maniera scorretta
  • calzature non adeguate

CURAInfiammazione ai tendini

Determinare quale di questi fattori abbia causato la tendinite è di grande importanza per scegliere il percorso terapeutico più adatto, che dev’essere stabilito da uno specialista e può comprendere uno o più dei seguenti rimedi:

  • riposo, evitando gli sforzi e applicando ghiaccio una o due volte al dì
  • utilizzo di ausili e tutori per l’attività sportiva
  • terapia fisioterapica, osteopatica o a ultrasuoni
  • plantari su misura realizzati con lo scopo di migliorare la meccanica di piedi e caviglie e alleviarne la pressione
  • terapia farmacologica a base di antinfiammatori per uso topico

PREVENZIONE

Come per la maggior parte dei disturbi e delle patologie, la prevenzione è fondamentale: individuare per tempo la presenza di fattori scatenanti ci permette di correre ai ripari e rimandare, o scongiurare completamente, l’insorgere dei sintomi. Inoltre, prima si agisce, meno invasivi saranno i rimedi da utilizzare per la cura della tendinite.

Un buon modo per prevenire la tendinite o, se ne siamo già affetti, per scoprirne le cause, è effettuare un check-up di piedi e postura, un esame di 30 minuti assolutamente non invasivo che permetterà di rilevare problemi posturali e vizi di appoggio podalico; inoltre, lo specialista saprà fornire spiegazioni, suggerimenti e consigli riguardo la postura da tenere, l’importanza del riscaldamento e dell’esecuzione corretta dell’allenamento sportivo (se necessario con l’utilizzo di ausili appositi) e la scelta delle calzature più adatte per lavoro, sport e vita quotidiana.

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Spina calcaneare: sintomi, cause e cura

Spina calcaneare: sintomi, cause e rimedi

CHE COS’È LA SPINA CALCANEARE?

La spina calcaneare (o sperone calcaneare) é un’esostosi, ossia un’escrescenza ossea rivestita da un guscio cartilagineo. Generalmente, essa si forma nella zona mediale del calcagno, dove ha origine la fascia plantare.

Quando la fascia plantare si infiamma a livello dell’inserzione sul tallone (fascite plantare), provoca un deposito di sali di calcio che, accumulandosi col tempo, forma l’esostosi.

QUALI SONO LE CAUSE?

Le cause di quest’infiammazione sono molteplici:

  • posturali: sono le più frequenti, come l’accorciamento della catena muscolare posteriore, dei muscoli plantari o del polpaccio
  • meccaniche: calzature inadatte che non supportano adeguatamente il piede e viziano la deambulazione
  • legamentose: accorciamento di aponeurosi e legamento longitudinale.

QUALI SONO I SINTOMI?

I sintomi della spina calcaneare comprendono dolore ai piedi, in particolar modo al tallone, durante il carico e la deambulazione, difficoltà a eseguire attività sportive e, in alcuni casi, gonfiore.

Se non curata tempestivamente, può avere conseguenze quali borsiti e paramorfismi compensativi, ossia posture scorrette adottate per arginare il dolore. A lungo andare, queste favoriscono l’insorgere di altre problematiche a piedi, ginocchia, bacino e colonna vertebrale.

Radiografia spina calcaneare talloneCOME SI CURA E QUALI RIMEDI SI POSSONO ADOTTARE?

Esami obiettivi e non invasivi come l’esame baropodometrico (check-up di piedi e postura), comprensivo di palpazioni, rilevano la presenza della spina calcaneare e danno un’indicazione sull’area interessata; la diagnosi ufficiale e più precisa viene data dalla radiografia.

Il trattamento immediato, che può essere praticato dal paziente stesso su indicazione dello specialista e ha l’obiettivo di far diminuire un po’ il dolore, consiste nell’applicazione di ghiaccio e nel massaggio con arnica o pomate medicamentose.

A questo segue:

  • la terapia fisioterapica (onde d’urto) per tentare di rompere la spina in eccesso ed elasticizzare il legamento;
  • massaggi per ammorbidire i tessuti e stretching dei muscoli del piede e della gamba
  • ortesi plantari su misura per scaricare e ammortizzare il tallone, aumentare la superficie d’appoggio, detendere i muscoli e stabilizzare il retropiede
  • aiuto specialistico nella scelta di calzature adatte
  • trattamenti antinfiammatori quali laser, Tecarterapia, infiltrazioni, agopuntura

Una volta ridotto il dolore di almeno il 50%, si procede a un trattamento di rieducazione posturale volto a prevenire eventuali ricadute.

In certi casi questi trattamenti, poco o per nulla invasivi, non sono sufficienti e bisogna procedere alla rimozione chirurgica della spina calcaneare.

Tuttavia, anche in questi casi è consigliabile ricorrere successivamente all’utilizzo di ortesi plantari e alla rieducazione posturale, in modo da curare il problema di sovraccarico alla base ed evitare recidive.

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Dismetrie degli arti inferiori

Dismetrie degli arti inferiori

Le dismetrie degli arti inferiori sono da sempre una fonte di grandi controversie. Si parla di dismetrie lievi quando sono < 3 cm.

Innanzitutto, bisogna distinguere le dismetrie anatomiche o strutturali da quelle funzionali.
Le dismetrie anatomiche sono dovute ad una ineguale lunghezza delle componenti ossee degli arti inferiori, spesso compensata da un adattamento funzionale nell’arto lungo includendo una pronazione della caviglia. Le spine iliache antero-superiore e postero-superiore sono più basse nell’arto corto.

Le dismetrie funzionali occorrono secondariamente ad una rotazione del bacino causata da una rigidità/contrattura articolare e/o da un malallineamento assiale, incluse le scoliosi. Il piede dell’arto corto è extraruotato, il calcagno è in valgo e la volta longitudinale plantare è collassata. La spina iliaca postero-superiore è alta nel lato dell’arto corto, mentre la spina iliaca antero-superiore è più alta nel lato dell’arto lungo.
Dismetrie arti inferioriGli effetti delle dismetrie sulla postura e sull’andatura sembrano implicati nello sviluppo a lungo termine di dorso-lombalgie, fratture da stress ed osteoartrosi, soprattutto in persone con mansioni che comportano carichi meccanici ripetitivi.

CHE COSA FARE?

Nei bambini, la maggior parte delle gambe corte è legata all’iperpressione su uno dei due arti inferiori provocata da uno squilibrio posturale. Il processo si autolimita nel tempo, trovando un suo bilancio intrinseco; a questo punto, mettere un rialzo aggraverebbe la problematica posturale. Non bisogna, dunque, compensare una gamba corta, ma riprogrammare il sistema tonico-posturale con l’intervento di due figure professionali emblematiche e necessarie quali:
– osteopata
– fisioterapista (competenze posturali)

Nell’adulto, una volta stimata la vera eterometria e ricondizionato da un punto di vista posturale, bisogna procedere con un’analisi del passo in statica e dinamica rivolgendosi ad uno specialista, dove si potrà valutare l’utilizzo di ortesi plantari realizzate su misura e comprensive di un rialzo volto a riequilibrare la situazione.

A cura di Massimo Zappella
Osteopata (Villa d’Almè)

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Come riconoscere la tendinite?

Tendinite: come riconoscerla

La tendinite è una patologia molto diffusa che colpisce quegli insiemi di fibre (chiamati tendini), situati tra i muscoli e le ossa, che ci permettono di dare la spinta che genera il movimento.

Quando vengono sovrasollecitati, gli elementi che li compongono (fibrille) subiscono delle lesioni; il nostro organismo ripara queste lesioni, ma il nuovo tessuto è meno resistente e quindi ancor più facilmente logorabile.
I tendini più soggetti a questa patologia sono quelli del ginocchio (tendinite rotulea), del gomito (epicondilite) e della spalla.

SINTOMI E DIAGNOSI DELLA TENDINITE

I sintomi più noti della tendinite sono:

  • il dolore: è più acuto qualora si eserciti una pressione sulla zona interessata o si cerchi di utilizzare il tendine per determinati movimenti
  • la diminuzione della funzionalità articolare e della forza muscolare
  • gonfiore o addirittura ecchimosi (non presente in tutti i casi)

In presenza di questi sintomi, è consigliabile prenotare immediatamente una visita da uno specialista.

Di norma, per arrivare a una diagnosi sono sufficienti l’anamnesi del paziente (ossia una valutazione del suo passato) e un esame clinico; eventualmente, possono essere prescritti esami strumentali quali l’ecografia o la risonanza magnetica.

Una volta in possesso di una diagnosi, prima di procedere con la cura della tendinite è consigliabile scoprirne le cause, per poter individuare il trattamento migliore e, se necessario, modificare le proprie abitudini in modo da evitare recidive.

Una valutazione podologica e posturale completa è di aiuto nella ricerca delle cause della patologia, che possono essere diverse, e nella prevenzione di eventuali recidive.
Inoltre, lo specialista può fornire utilissimi consigli riguardo la postura da tenere, l’approccio corretto ai movimenti tipici del proprio lavoro o dell’allenamento sportivo e le calzature più adatte.

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Tallonite: come arrivare a una diagnosi

Tallonite: come arrivare a una diagnosi

Franco Carnelli, Primario della Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia dell’IRCCS Multimedica di Sesto San Giovanni,  spiega che la tallonite non è una specifica patologia. Infatti, questo termine indica soltanto uno stato infiammatorio doloroso nell’area del calcagno.

Per arrivare a una diagnosi vera e propria, bisogna consultare uno specialista.
Una valutazione podologica e posturale completa, per nulla invasiva, può aiutarci a individuare la fonte del dolore. Inoltre, essa è necessaria se il percorso terapeutico più adatto a voi comprende l’utilizzo di ortesi plantari su misura.

Spesso quest’approccio è sufficiente e non bisogna per forza ricorrere ad altri tipi di esami come radiografie e TAC. Tuttavia, essi possono essere utili per rilevare (o escludere) altre eventuali cause del dolore, come fratture o persino tumori.

L’esame si rivela fondamentale per risalire alla causa dell’infiammazione, permettendo così di scegliere la terapia migliore e aiutare a prevenire eventuali recidive.

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Il massaggio perfetto per piedi gonfi

Piedi gonfi: massaggio perfetto in 5 passaggi

Come alleviare immediatamente il gonfiore dei piedi in modo naturale

A chi non è mai successo di ritrovarsi, a fine giornata, con i piedi gonfi e doloranti?

Scarpe strette o inadeguate, il caldo d’estate, una postura scorretta, la gravidanza, un lavoro che ci costringe a stare in piedi per molte ore: sono diverse le cause di questo problema.

Un grande aiuto consiste nell’automassaggio, che ha la funzione di:

  • alleviare le tensioni e il dolore
  • migliorare la circolazione riducendo il gonfiore
  • stimolare i tessuti
  • contribuire alla prevenzione di calli, vesciche, secchezza dei piedi o patologie come l’alluce valgo

Uno studio di Harvard Medical School: “3 persone su 4 accusano problematiche ai piedi nel corso della loro vita”

La Harvard Medical School ci viene in aiuto con questa breve guida.

Perfetto automassaggio in 5 passaggi

  1. Seduti comodamente, appoggiare il piede sinistro sulla coscia destra, piegando la gamba
  2. Con dell’olio o della crema sulla mano, frizionare delicatamente l’intero piede
  3. Effettuare un massaggio più profondo, premendo le nocche della mano sul piede e “impastandolo”
  4. Agire su pelle e muscoli, tenendo il piede con entrambe le mani e massaggiandolo coi pollici
  5. Distendere i muscoli tirando delicatamente le punte delle dita all’indietro, in avanti e di lato

Il procedimento andrà poi ripetuto sull’altro piede, assicurandoci un immediato effetto rilassante e benefico con pochissimo sforzo!

Tuttavia, per garantire la salute dei vostri piedi e scoprire perché soffrite spesso di piedi gonfi, la soluzione migliore è quella di sottoporsi a una valutazione podologica e posturale per rilevare eventuali problematiche ed essere indirizzati verso il trattamento migliore.

Oltre a consigliarvi i rimedi migliori, uno specialista può fornirvi indicazioni precise su quali calzature sarebbero più adatte ai vostri piedi, risolvere eventuali problemi posturali ed eventualmente realizzare dei plantari su misura apposta per il vostro piede, con la funzione specifica di ridurre il gonfiore e aiutare la circolazione venosa e linfatica.

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Piede piatto nel bambino: cosa fare e quando

Piede piatto nel bambino: cosa fare e quando

Il piede piatto nel bambino è la norma fino ai 4 anni circa.

Avere il piede piatto (uno dei problemi podologici più noti e diffusi) significa che il piede non è normalmente arcuato, a causa del cedimento della volta plantare.

Nei bambini, dopo i 4 anni, il corpo corregge gradualmente la propria postura. Verso i 7 anni, il piede avrà preso la classica forma con la volta plantare arcuata.

Che cosa fare quando questo non succede?

Una valutazione podologica e posturale intorno ai 6 anni può rilevare se la situazione podologica e posturale del bambino procede in modo normale o se è necessario intervenire per aiutare piede e postura a svilupparsi correttamente.

Di solito, questo significa ricorrere a uno specialista in osteopatia pediatrica, in grado di aiutare con i problemi della postura. Un’altra soluzione sono i plantari su misura per bambini, in materiali semirigidi, con il sostegno delle volte e speronature e rialzi differenti a seconda della problematica.

Perché intervenire così presto?

In genere, il piattismo dei piedi non provoca dolore di per sé. Tuttavia, è stato dimostrato che il piede piatto nel bambino ha maggiori probabilità di favorire altre patologie in età adulta, per esempio l’alluce valgo o l’artrosi della caviglia.

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Neuroma di Morton: sintomi, cause e cura

Neuroma di Morton: cause, sintomi e rimedi

Il neuroma di Morton (noto anche come neurinoma di Morton, nevralgia di Morton, sindrome di Morton, neuroma intermetatarsale o interdigitale o metatarsalgia di Morton) è una fibrosi perinervosa, ossia un aumento di volume di un nervo interdigitale (solitamente tra il III e il IV dito).

CAUSE

È una patologia abbastanza frequente (che colpisce prevalentemente le donne tra i 25 e i 50 anni), la cui causa non è certa; secondo l’ipotesi più diffusa tra gli specialisti, questo aumento sarebbe dovuto alla formazione di tessuto cicatriziale fibroso, provocata dallo stress meccanico della continua frizione delle ossa metatarsali sul nervo.

Tuttavia, è accertata l’esistenza di alcuni fattori in grado di favorire o peggiorare questo disturbo:

  • utilizzo di calzature inadatte (principalmente tacchi alti o scarpe con la punta troppo stretta)
  • disturbi neurologici
  • problemi posturali
  • problematiche podologiche o vizi di appoggio podalico (alluce rigido o valgo, piedi cavi o piatti, sovraccarico dell’avampiede)
  • lassità legamentosa
  • traumi ripetuti
  • attività sportiva praticata su superfici non adatte

SINTOMI E DIAGNOSI

Tra i sintomi del neuroma di Morton, il principale è sicuramente il dolore, molto forte, a volte descritto come una scossa elettrica o un bruciore violento, accompagnato dalla necessità impellente di togliersi la scarpa.

Il dolore peggiora durante la deambulazione ma è presente anche a riposo; con il progredire del disturbo, diventa costante.

Si possono trovare anche parestesie e intorpidimenti; alla palpazione, lo specialista può avvertire una specie di “clic”, denominato “segno di Mulder“. Questo sintomo è utile alla diagnosi del neuroma di Morton che, solitamente, non è semplice.

Gli esami strumentali presentano un elevato numero di falsi positivi e negativi, ed è necessario innanzitutto escludere altri problemi o patologie che possono causare sintomi simili (alluce valgo, metatarsalgia), valutando anche la storia clinica del soggetto.

CURA

Agli stadi iniziali, si può ricorrere a cure di tipo conservativo:

  • plantari su misura progettati da uno specialista a seguito di una valutazione podologica e posturale, con la funzione di ridurre la pressione sul nervo; andranno realizzati con barra retro-capitata e in materiali ad alta comprimibilità e memoria
  • terapia farmacologica antinfiammatoria
  • infiltrazioni di farmaci cortisonici
  • terapie fisiche (onde d’urto, Tecarterapia)

Se la sintomatologia perdura da troppo tempo, si ricorre alla chirurgia (neurectomia – asportazione del nervo). L’intervento è pressoché di routine e raramente si incorre in complicazioni.

Tuttavia, se successivamente non si vanno a identificare ed eliminare quei fattori che hanno scatenato o favorito il disturbo (calzature, problematiche podologiche o posturali, ecc), bisogna tenere in conto la probabilità di una recidiva.

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Alluce valgo: sintomi, cause e rimedi

Alluce valgo: sintomi, cause e prevenzione

Le più colpite da alluce valgo sono le donne, fino a dieci volte più degli uomini; inoltre, secondo statistiche recenti, la percentuale delle giovani che ne soffrono è in aumento e quella delle donne tra i 40 e i 60 anni è del 40%.

Risulta essere una delle patologie del piede più diffuse e dolorose.

CHE COS’È L’ALLUCE VALGO?

Si parla di alluce valgo quando si assiste a una deformazione del piede, in cui la falange dell’alluce viene deviata in senso laterale, verso l’interno del piede. Inoltre, avviene una lussazione dei sesamoidi, che sono due piccole ossa con la funzione di bilanciare e assorbire il peso imposto sulla punta dei piedi.Alluce valgo esterno e interno

Infine, si forma la cosiddetta “cipolla” nella parte interna del piede, una tumefazione dolorosa visibile a occhio nudo che è semplicemente una borsite, ossia un’infiammazione dei tessuti.

Questo non significa assolutamente che si tratti di una problematica puramente estetica: la deviazione dell’alluce (a volte così pronunciata da risultare nella totale sovrapposizione delle prime due o anche tre dita) causa squilibri e impedisce il corretto appoggio podalico, aprendo la strada a diverse problematiche e disturbi non solo dei piedi, ma anche delle gambe e della postura.

QUALI SONO I SINTOMI?

I sintomi iniziali dell’alluce valgo sono dolore e fastidio in forma piuttosto lieve, male ai piedi, arrossamenti o gonfiori situati nell’interno dell’avampiede. Se non si corre ai ripari già all’insorgere di questi primi sintomi, essi ovviamente non fanno che peggiorare e cronicizzarsi finché il dolore non diventa insopportabile.

Con il progredire della patologia, il quadro sintomatico diventa il seguente:

  • dolore
  • deformazione visibile della falange verso l’interno
  • arrossamenti della pelle
  • caratteristica borsite soprannominata “cipolla”

In concomitanza ai sintomi di alluce valgo, inoltre, spesso possiamo trovare altri disturbi e patologie che possono esserne causa o conseguenza:

  • piedi piatti o piedi cavi
  • lesioni cutanee
  • deformazioni delle altre dita (dita a martello)
  • metatarsalgia con formazione di calli
  • disturbi a caviglie, ginocchia, anche e colonna vertebrale

QUALI SONO LE CAUSE?

Le cause dell’alluce valgo si possono dividere in cause primarie (o congenite) e cause secondarie (o acquisite).

Le cause primarie sono tutti quei fattori che ci predispongono allo sviluppo dell’alluce valgo e sono di tipo ereditario:

  • la morfologia del piede e della pianta
  • la lassità dei legamenti
  • il tono dei muscoli

Le cause secondarie sono elementi acquisiti col tempo, quindi non ereditari:

  • traumi al piede
  • altre patologie
  • calzature inadeguate

Alluce valgo dita sovrapposte

Esempi di sovrapposizione delle dita dovuta all’alluce valgo

Il più importante è sicuramente l’ultimo: infatti, la scelta delle scarpe è fondamentale per la cura e la salute dei piedi. Per quanto riguarda l’alluce valgo, le calzature da evitare assolutamente sono quelle troppo strette (specialmente in punta) e i tacchi alti.

Questi ultimi costringono il piede in una posizione innaturale, impossibilitandolo a svolgere una delle sue funzioni naturali, ovvero la distribuzione uniforme del peso. Ciò causa l’accorciamento del tendine d’Achille e lo spostamento in avanti del peso corporeo, che arriva a gravare quasi esclusivamente sulle punte dei piedi, favorendo, oltre all’alluce valgo, anche la distorsione delle caviglie e altre problematiche.

COME SI EFFETTUA LA DIAGNOSI?

Per effettuare la diagnosi di un caso di alluce valgo, di norma è sufficiente un esame fisico. I sintomi caratteristici sono evidenti e lo specialista può effettuare alcune manovre per determinare la mobilità dell’alluce.

È indubbiamente utile un esame baropodometrico per valutare la distribuzione dei carichi podalici e del peso corporeo (ovvero per capire esattamente quanta pressione viene esercitata sulle dita) e per rivelare eventuali altre problematiche.

Si può effettuare, inoltre, una radiografia sotto carico per determinare esattamente la gravità della deformazione.

COME SI FA PREVENZIONE?

Il primo consiglio che possiamo darvi è sicuramente la prevenzione, specie considerando che non è possibile far regredire questa patologia, ma soltanto arrestarne o rallentarne la progressione; giunti a uno stadio avanzato, l’unica soluzione è la chirurgia.

In adulti e bambini, un check-up di piedi e postura, comprensivo di esame baropodometrico accurato, può rilevare per tempo la presenza di quei fattori che favoriscono l’alluce valgo, come il piattismo dei piedi o il tono inadeguato di muscoli e legamenti.

L’utilizzo di plantari su misura, se indossati con costanza, può correggere o tenere sotto controllo questi difetti ed è anche utile per rallentare o arrestare il decorso della patologia negli stadi iniziali.

L’ultimo consiglio fondamentale è, senza dubbio, quello di acquistare calzature adatte: no a tacchi e infradito, sì a una scarpa che riprenda la forma del piede, fornisca il giusto sostegno e permetta il comodo alloggiamento delle dita.

A cura dello staff Fisiopodos
I nostri approfondimenti comprendono conoscenze, consigli, rimedi e suggerimenti di carattere generale. Non devono assolutamente sostituirsi al parere del medico curante o altri specialisti, a cui è sempre fondamentale rivolgersi prima di intraprendere qualunque percorso di cura.

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Cattivo odore dei piedi (bromidrosi): cosa fare?

Cattivo odore dei piedi: cosa fare?

Il cattivo odore dei piedi (bromidrosi plantare) è un disturbo abbastanza diffuso, spesso, ma non sempre, collegato a una produzione eccessiva di sudore (iperidrosi).

L’odore naturale del corpo è dovuto, in gran parte, alla flora batterica; a volte, a causa di patologie, alimentazione, cambiamenti ormonali o altri fattori esterni, può diventare abbastanza intenso da arrecare disturbo a noi stessi e a chi ci circonda.

In particolare, la cosiddetta “puzza di piedi” è dovuta alla sovrapproduzione di sudore che ristagna nei calzini e nelle scarpe. Questo crea un ambiente caldo e umido, favorevole alla proliferazione di alcuni batteri; sono questi batteri a produrre determinate sostanze che, nelle giuste circostanze, causano il cattivo odore.

Quali precauzioni e soluzioni adottare contro il cattivo odore dei piedi?

  • Lavarsi i piedi non più di due volte al giorno, facendo molta attenzione ad asciugarli accuratamente, specialmente tra le dita
  • Sostituire 2/3 volte al giorno i calzini, che devono essere di cotone
  • Agire sinergicamente con talco antisudore, spray antimicotico e pediluvio
  • Alternare docce caldo/freddo, aiutando a ridurre lentamente l’afflusso di sangue ai piedi
  • Utilizzare calzature in pelle o in cotone (tomaia), sostituendole almeno una volta al giorno e facendo nel frattempo arieggiare il paio già usato
  • Evitare o limitare alimenti e bevande che favoriscono la produzione di sudore o il cattivo odore (alcool, caffè, tè, cipolla, aglio e spezie)

Se si calzano plantari su misura, si dovranno utilizzare due tipi di ricopertura: alcantara, per chi pratica sport, per evitare lo scivolamento del piede e assorbire l’eccesso di sudore, e pelle naturale in capretto.
L’ideale sarebbe averne due paia, in modo da poterli alternare e arieggiare.
Se volete salvaguardare ulteriormente i vostri plantari su misura, potete ricoprirli con dei salvacalze (fantasmini), sostituendoli quotidianamente.

Naturalmente, questi accorgimenti sono validi per casi di bromidrosi plantare “normale”; in caso essa sia collegata a patologie più gravi, sarà necessario rivolgersi a un medico e valutare soluzioni farmacologiche.

A cura dello staff Fisiopodos
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Lesioni muscolari

Le lesioni muscolari

Le lesioni muscolari sono frequenti nello sport, rappresentando fino al 50% di tutte le lesioni acute. I muscoli più frequentemente coinvolti sono i muscoli flessori della coscia, il retto femorale e il gemello mediale del gastrocnemio (polpaccio).

La diagnosi è principalmente clinica e deve essere effettuata da un medico esperto, gli strumenti di imaging (ecografia e risonanza magnetica) sono spesso utilizzati per identificare meglio la gravità e il sito di lesione che rappresentano importanti fattori prognostici predittivi dei tempi di recupero, del ritorno all’attività sportiva e del rischio di recidiva.

CLASSIFICAZIONE

In base al meccanismo del trauma, le lesioni muscolari possono essere distinte come dirette e indirette.
(Maffulli N.et al. ISMuLT Guidelines for muscle injuries, Muscles, Ligaments and Tendons Journal 2013).


LESIONI MUSCOLARI DIRETTE

Contusione: è dovuta a un trauma diretto contro l’avversario o un attrezzo sportivo, può essere classificata come lieve, moderata e grave secondo il grado di disabilità funzionale conseguente.
A causa del dolore immediato e invalidante che ne deriva, per evitare una sovrastima del danno muscolare, occorre rivalutare sempre l’atleta anche 24-36 ore dopo il trauma. Occorre sottolineare che una contusione importante può causare una rottura muscolare profonda per impatto delle fibre contro la superficie ossea sottostante; questo tipo di rotture sono spesso misconosciute o sottostimate da personale non specializzato.

Lacerazione: essa nasce da un urto contro una superficie tagliente o perforante.


LESIONI MUSCOLARI INDIRETTE

Queste lesioni muscolari sono classificate come non strutturali (le fibre muscolari non presentano una lesione evidente) e strutturali, in cui è presente una lesione anatomica.
Le lesioni non strutturali (da 1A a 2B) sono le più comuni e sono la causa frequente di assenza dall’attività sportiva. Quando trascurate, possono evolvere in lesioni strutturali.

Possono essere causate da:

  • carichi di lavoro eccessivi
  • protocolli di allenamento errati o su superfici di allenamento non idonee
  • attività ad alta intensità (Tipo 1A, disordini da affaticamento muscolare )
  • eccessive e prolungate contrazioni eccentriche (Tipo 1B, dolore muscolare a insorgenza tardiva, DOMS)
  • disturbi alteranti il controllo nervoso al muscolo (Tipo 2, disordini neuromuscolari).

Le lesioni strutturali sono classificate in base all’estensione della lesione. Possono variare da piccole lesioni parziali con coinvolgimento di uno o più fascicoli principali (tipo 3A) fino a una rottura o una lacerazione completa del muscolo, che coinvolge il ventre muscolare o la giunzione miotendinea (tipo 4).

Lesioni strutturali possono essere classificate in prossimali (P), medie (M), e distali (D). In particolare, la prognosi delle lesioni prossimali dei muscoli adduttori e del retto femorale è peggiore quella di lesioni di stesse dimensioni che coinvolgono la parte media o distale di questi muscoli. Viceversa nel tricipite surale, lesioni distali presentano una prognosi peggiore.


DIAGNOSI

VALUTAZIONE CLINICA

La diagnosi di lesione muscolare si basa principalmente sulla storia e l’esame clinico.

Lesioni contusive

Una lesione contusiva è generalmente caratterizzata da immediata insorgenza di dolore, i sintomi sono crescenti in relazione con le dimensioni e l’entità dell’ematoma. Il range di movimento è ridotto, con impossibilità di allenarsi e competere. È sempre utile una rivalutazione dopo 24-36 ore dal trauma.

Lesioni non strutturali

Le lesioni non strutturali determinano dolore, pesantezza e rigidità del muscolo, solitamente durante esercizio, a volte anche a riposo. Alla palpazione è solo apprezzabile la rigidità di alcuni fasci muscolari.
Le lesioni con dolore a insorgenza ritardata (tipo 1B) sono associate a dolore a riposo e rigidità muscolare, ore o giorni dopo l’attività sportiva.
Le lesioni di tipo neuromuscolare sono dolorose: i pazienti riferiscono contratture e crampi e spesso migliorano dopo riposo e un adeguato stretching.

Lesioni strutturali

Le lesioni strutturali minori (tipo 3a) sono caratterizzate da dolore acuto ben localizzato, evocato da un movimento specifico, facilmente evocabile alla palpazione, spesso preceduto da una sensazione di stiramento. La contrazione muscolare contro resistenza manuale è sempre dolorosa ma non è possibile rilevare il difetto strutturale alla palpazione. Con l’aumentare della gravità della lesione, aumentano il dolore e la disabilità funzionale.

Lesioni parziali

Le lesioni parziali del muscolo (tipo 3B) si presentano con dolore acuto e trafittivo localizzato preceduto da una sensazione di schiocco. Il dolore è evocabile da un movimento specifico ed è sempre presente importante disabilità funzionale (l’atleta deve interrompere l’attività). Alla palpazione, il dolore è localizzato e il difetto strutturale può essere apprezzato.

Lesioni muscolari di tipo 4

Le lesioni muscolari di tipo 4 sono caratterizzate da dolore oppressivo esacerbato da un movimento specifico; aggancio e disabilità funzionale immediata e completa. L’interruzione all’interno del muscolo può essere evidente alla palpazione e l’ematoma si presente precocemente.

VALUTAZIONE IMAGING

In aiuto alla diagnosi clinica si possono utilizzare tecniche di imaging, sia per escludere lesioni strutturali sia per valutarne misura e sito di lesione.

L’ecografia può essere utilizzata, da 36 a 48 ore dopo il trauma, per la diagnosi in concerto con accurato esame clinico e può essere utile per monitorare il processo di guarigione e le possibili complicanze. L’interpretazione delle immagini non è semplice e bisogna affidarsi esclusivamente a ecografisti esperti specificatamente alle problematiche muscoloscheletriche.

La risonanza magnetica permette il rilevamento anche delle lesioni minime, raggiungendo una sensibilità di oltre il 90% per le lesioni muscolari non strutturali e permette un’ampia valutazione dei muscoli profondi difficili da esaminare con l’ecografia.

Le principali indicazioni all’utilizzo della RM sono la prognosi delle lesioni non strutturali, l’esclusione di una lesione strutturale quando i risultati clinici e dell’ecografia sono discordanti; la valutazione dei muscoli difficili da esaminare con l’ecografia e nelle lesioni subtotali o complete, quando si sospetta un coinvolgimento del tendine o un’avulsione osteotendinea.


GESTIONE E TERAPIA

La maggior parte delle lesioni muscolari rispondono bene al trattamento conservativo, le principali indicazioni alla chirurgia sono le lesioni subtotali o complete del ventre muscolare e le avulsioni tendinee.

Nella prima fase (immediatamente dopo e nei primi 2-3 giorni dopo l’infortunio) , in caso di sospetta lesione strutturale, per ridurre l’emorragia e le sollecitazioni meccaniche sulla struttura lesa, sono indicati il riposo funzionale (anche con elevazione dell’arto e utilizzo di stampelle, se indicate), una terapia compressiva locale e la crioterapia.

I protocolli PRICE (Protection Rest Ice Compression Elevation) e POLICE (Protection Optimal Load Ice Compression Elevation) ne riassumono i punti salienti. Terapie complementari sono la TECAR terapia in atermia, il linfodrenaggio manuale vicino al sito di lesione per migliorare lo smaltimento dei cataboliti infiammatori, il Low Level Laser Therapy (LLLT) e l’elettroanalgesia.
In tutti i casi, l’utilizzo del calore combinato e l’esercizio fisico moderato (attivo e passivo), per ridurre la contrattura e la tensione muscolare e per aumentare la flessibilità, si possono applicare solo dopo che è stata esclusa una lesione strutturale.

Nelle fasi successive i protocolli variano molto in base alla gravità della lesione, si raccomanda sempre la supervisione di un fisioterapista e di un medico esperto e la somministrazione dei protocolli di recupero in assenza del dolore, rispettando il processo di guarigione e i tempi di recupero.

Si introducono progressivamente, e solo se in assenza di dolore, esercizi passivi, assistiti o attivi di mobilizzazione per l’allungamento e la flessibilità muscolare. Gli esercizi di rinforzo isotonici possono essere utilizzati solo quando la contrazione isometrica contro resistenza risulta senza dolore e si possono iniziare esercizi eccentrici se l’allenamento concentrico è indolore, iniziando senza resistenza e aumentando progressivamente il carico. Per migliorare controllo neuromuscolare posturale e prevenire le recidive si utilizzano in questa fase gli allenamenti sensoriali motori.

Nella tappe successive, si iniziano la riabilitazione funzionale e il ricondizionamento atletico generale (allenamento metabolico del fitness e della forza) e si introducono progressivamente protocolli di allenamento di forza, di ricondizionamento atletico, sport specifico con esercizi pliometrici ed esercizi con la ripetizione dei movimenti che avevano causato la lesione. Si completa il processo con il ritorno graduale alla competizione, naturalmente dovrà essere continuato l’allenamento specifico riabilitativo per la prevenzione di recidive o nuove lesioni.


PREVENZIONE

Le fibre muscolari lesionate si riparano attraverso la formazione di tessuto cicatriziale che risulta meno elastico, meno contrattile e quindi anche meno resistente di quello muscolare. Si possono così formare delle aree a differente elasticità che rappresentano il punto di minor resistenza muscolare dove è aumentato il rischio di nuove lesioni.

I programmi di prevenzione, quindi, dovrebbero sempre tenere in considerazione:

  • l’estensibilità
  • la propriocezione
  • l’equilibrio
  • la forza (in particolare quella eccentrica)
  • la core stability
  • gli esercizi di mobilità (esercitazioni di training funzionale e attività sport-specifiche).

Per la strategia preventiva, risulta fondamentale anche la correzione di tutti quegli squilibri che possono predisporre a sovraccarichi specifici del sistema muscolotendineo.
Alterazioni biomeccaniche della catena cinetica degli arti inferiori (piedi cavi o piatti, supinazioni, pronazioni, valgismi e varismi di tibia, perone e ginocchio, dismetrie, anteriorizzazioni e posteriorizzazioni) possono infatti causare processi infiammatori tendinei e sovraccarichi muscolari.

Ad esempio, nel piede cavo spesso è presente un sovraccarico delle teste metatarsali con dita sollevate a griffe e con i retrotarsi supinati. Questo alterato carico porta, soprattutto nell’atleta, a infiammazioni dell’aponeurosi plantare, del tendine d’Achille, della catena muscolare posteriore e della fascia lata, con compenso degli adduttori.

Al contrario, nel piede piatto, spesso abbinato alla pronazione dell’articolazione tibio-tarsica, esiste una tendenza all’infiammazione del tibiale posteriore e dei flessori lunghi delle dita e dell’alluce. Infine le dismetrie, le posteriorizzazioni e le anteriorizzazioni del carico possono favorire l’insorgenza di infiammazione del rotuleo e degli adduttori, che possono manifestarsi con importanti sindromi retto-adduttorie.

Quindi, con un corretto appoggio podalico si può prevenire lo stress meccanico, si può ridurre il sovraccarico muscolotendineo, riequilibrando la postura e favorendo il gesto atletico.

A cura del Dott. Marco Valerio Giacobbe
Medico Chirurgo specialista in Medicina dello Sport,
in programmi nutrizionali e analisi corporea presso SportMed Ovada

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